A levante del teatro, in un bosco di melagrane, sorge l'anfiteatro di Siracusa, assai ben conservato e più vasto di quelli di Verona, di Pola e di Pompei, giacchè misura duecentosessantatre palmi nel suo asse maggiore, e centocinquantaquattro nel minore. Per la maggior parte è costruito di pietra; alle quattro estremità dei due assi si trovano quattro porte, corrispondenti alle quattro parti della città. Serra di Falco lo fece sgombrare nel 1840 dalle macerie. Nonostante che in alcuni punti le mura siano in completa ruina, nel suo complesso l'edificio può dirsi assai ben conservato. L'anfiteatro è certo di origine romana, perchè i Greci non si dilettarono mai al barbaro spettacolo delle lotte fra gladiatori e fiere. Cicerone non ne parla; ne fa menzione invece Tacito. La sua costruzione prova che Siracusa, sede di un pretore romano ai tempi di Augusto e di Tiberio, aveva riacquistato una certa prosperità.
L'ultima rovina antica che esista vicino al teatro, sono le fondamenta di un edificio lungo e stretto, del quale non rimangono che alcuni frammenti di cornici con teste di leoni. Serra di Falco scoprì queste rovine nel 1839: egli dice che dovessero appartenere all'altare di Yerone, per grandezza superiore a quello di Olimpia.
IV.
Tycha ed Epipola.
Gli edifici più imponenti dell'antica Siracusa si trovano radunati in uno spazio relativamente ristretto. Verso settentrione, vicino all'acquedotto, c'è una pianura deserta e sassosa, attraversata dalla strada che conduce a Catania; qui sorgeva Tycha, ricca un tempo di notevoli monumenti, fra i quali primeggiava il Ticheio, o tempio alla dèa Fortuna.
Tycha, a settentrione, presso il porto Trogilo, confinava col mare, cinta da forti mura, a ponente con la fortezza di Epipola. Cicerone ricorda di questa un ginnasio amplissimum e molti templi; oggi non rimangono che i sepolcri scavati orizzontalmente nella roccia, nei quali si scorgono ancora le scanalature per adattarvi le lapidi e le impronte di carri, prova questa della loro antichità.
La gita da Neapoli o da Tycha per la strada di Floridia ad Epipola è malagevole e bisogna farla a piedi o a cavallo, poichè appena si arriva sull'antico territorio di Epipola, è necessario arrampicarsi per un'orribile strada sassosa ingombra di rovine e di massi di roccia calcarea. Epipola occupava il punto più elevato dell'altipiano e confinava col colle Eurialo, mentre più in basso s'innalzava un'altro colle, il Labdalo. Anche oggi, queste due caratteristiche alture dell'antica Siracusa sono riconoscibili e portano il nome di Belvedere e di Mongibellesi.
Il Labdalo era stato fortificato dagli Ateniesi sotto Nicia per dominare la città; essi avevano fortificato anche Epipola, ma ne furono presto cacciati dai Siracusani comandati da Gelippo, i quali, come narra Diodoro, atterrarono tutte le mura. Rimase così soltanto il Labdalo fortificato. Ma Dionigi fece atterrare anche queste fortificazioni quando costruì le sue famose mura a settentrione di Epipola. In queste mura vi erano di tanto in tanto delle torri costruite con massi così grandi che sarebbe stato assai arduo abbattere. S'ignora se Dionigi abbia costruito fortezze sull'Eurialo e sul Labdalo; certo è che l'Esapilo, per il quale i Romani entrarono nella città, si trovava a settentrione di Epipola; e senza dubbio, nelle stesse mura s'innalzava la torre Gallagra, che i Romani assalirono durante le feste di Diana. Gli avanzi che oggi rimangono del Labdalo, i massi enormi della lunghezza di quattordici a sedici palmi, le fondamenta delle torri, i fossi, le gallerie sotterranee, provano che ivi sorse un giorno una fortezza e non già opere provvisorie fatte dagli Ateniesi in vista dell'assedio. Tutti gli enormi massi, secondo il sistema antico dei Greci, erano sovrapposti gli uni agli altri, ma senza cemento; ancor oggi formano una mole gigantesca. Nella roccia si vedono scavate catacombe e gallerie dell'altezza di nove e dieci palmi, e della larghezza di otto piedi, formanti quasi coi loro corridoi e coi loro antri sotterranei una seconda fortezza. Probabilmente questa era in comunicazione con la porta di soccorso che dalla città metteva nella campagna. La mancanza di volte e l'uso della linea retta ne attestano l'origine greca.
Dalle rovine di Labdalo si scorgono i dintorni di Epipola, cosparsi di massi delle mura di Dionigi, di rovine della fortezza, di pietre. Vi si vedono pure latomie di bizzarra struttura, dove si dice che Dionigi tenesse prigioniero Filesseno. Di qui furono tolti i materiali di costruzione per molte città, e tutte le fortificazioni moderne di Siracusa vennero costruite coi ruderi delle mura di Dionigi. Nel visitare queste caverne e queste rovine si rimane stupiti della grande quantità di materiale eccellente da costruzione estratto dal suolo.
Per un ripido sentiero si sale in cima all'Eurialo, che domina tutta la pianura siracusana. Lassù non si trovano altre rovine, se non una cisterna e alcune mura antiche d'origine incerta. Esaminando però il luogo, da cui si domina tutta quanta l'area occupata dall'antica città, non si può fare a meno di persuadersi che ivi dovesse sorgere una fortezza. Non essendo ricordata all'epoca dell'assedio degli Ateniesi, non sappiamo se la costruisse Dionigi; certo però, quando Marcello prese Siracusa, essa doveva avere un'importanza grandissima. Impadronitosi di Tycha e di Neapoli, Marcello dovette trovarsi l'Eurialo, cui Tito Livio dette il nome di colle e di fortezza, alle spalle, e minacciantegli la sua posizione. Egli era dunque come rinchiuso fra queste mura, e siccome dovevano arrivare Ippocrate e Imilcone, correva un grande pericolo, quando il comandante della fortezza Filodemo, perduta ogni speranza di soccorso, si arrese.
Oggi a buon diritto l'Eurialo porta il nome di Belvedere, giacche di lassù si gode una vista magnifica. Di fronte ha il mare Ionio, di dietro l'Etna «colonna del cielo»; lo sguardo spazia poi sulla costa orientale dell'isola, ricca di magnifici golfi e di promontorî, fin oltre Augusta, fino a Catania, che si perde fra le nebbie. Sul davanti appare tutta quanta la pianura siracusana.