Et compte sur ce cœur combien de fois palpite
Un rêve qui ne mourra pas!
Un sogno che non morrà! Esperta che a' sogni di quella specie, in quell'età vaticinati immortali, è quasi sempre, invece, micidiale il mutamento di clima, la signora di Lamartine mandò sogno e figliuolo a viaggiare per l'Italia; il figliuolo si fece più sano e robusto che mai, il sogno lo uccisero le prime acute brezze dell'Alpi; ora per gli orti fiorenti sulle estreme pendici dell'Appennino, inutilmente le rose sporgevano di là dalle siepi le corolle fragranti: nello approssimarsi alla città di Dante e di Michelangelo il giovinetto poeta non cercava col guardo, non vedeva più che gli allori. Andava fresco della lettura dei grandissimi fra' nostri scrittori, nella città che era già per lui la città degli incanti e delle memorie; vi andava con fantasia accesa così, che nel tragitto dalla porta San Gallo alla locanda di Parione ove lo condusse il suo automedonte, si figurò scorgere fontane zampillanti che non ci sono mai state; e perchè tra le fandonie di non so qual libro di viaggi aveva imparata anche questa: che i soffitti delle case a Firenze si costruiscono con legno di cedro, gli parve olezzassero del profumo dei cedri tutte quante le strade.
Que' miraggi vanirono; ma innanzi agli occhi stupefatti, sfolgorarono in splendori sempre più fulgidi le luci della storia e dell'arte. Il Lamartine era partito dalla Francia con molte e ragguardevoli commendatizie; dopo brevi ore di soggiorno a Firenze, deliberato a vivere co' morti soltanto, s'era proposto di non recapitarne veruna. Se non che, letto sul sepolcro dell'Alfieri innanzi al quale, secondo egli scrive, sentì sorgere nell'anima il primo desiderio di fama; sul sepolcro dell'Alfieri letto il nome della contessa d'Albany, pensò che aveva una lettera anche per lei: quella, quella sola e subito lo punse una impaziente bramosia di consegnarla. E uscì da Santa Croce, già smanioso di conoscere la donna che l'Alfieri aveva fatta compagna della propria vita e quasi partecipe della propria gloria; di penetrare in quel salotto, celebre oltre i confini d'Italia, in cui certo sbocciavano le più argute originalità del pensiero fra le più briose eleganze della parola.
Ahimè! donna e salotto gli preparavano un disinganno per uno.
La contessa aveva allora cinquantotto anni; che nulla nell'aspetto di lei ricordasse, per dirla col Lamartine, la regina d'un cuore s'intende; ma egli soggiunge: e neanche la regina di un impero; parole che, pur velando il rammarico di solennità, esprimono intorno alla d'Albany il pensiero medesimo del Chateaubriand, cui ella parve “volgare nel portamento e nella fisonomia„; del duca di Broglie che la giudicò une veritable commère, e del Capponi che la disse “di forme massiccia, d'animo materialotta, vestita come una lavandaia„. Il salotto lasciamo che il Lamartine lo descriva da sè: “Dopo pranzo entrammo nella stanza di conversazione, ove intorno alla contessa s'adunava seralmente una schiera di uomini illustri o nati a Firenze o a Firenze venuti dalle diverse regioni d'Italia. Ascoltavo con curioso raccoglimento i nomi loro, via via che il servitore andava annunziandoli: nomi di famiglie che le storie mi avevano insegnato a conoscere, nomi di professori e di letterati ancor nuovi per me. A mano a mano che costoro entravano, andavano a sedersi in semicerchio, intorno ad un tavolino carico di volumi accatastativi sopra, e dietro al quale se ne stava la contessa mezza sdraiata sopra un canapè.„
Già quel tavolino, quella catasta di libri, quel semicerchio dicono abbastanza; ma il Lamartine dice ancor più. Egli, disposto a veder tutto bello, tenta in sulle prime dissimulare e dissimularsi la delusione che gli toccò: ripensando gli scrittori e gli artisti ch'egli udì ricordare in quel convegno, presso alla camera ove l'Alfieri era morto (a cominciare dal Rinascimento e giù giù fino al Parini ed al Monti) esce in un inno al genio italiano “pianta la quale vegeta, come i rovi del Colosseo, più che ne' solchi, vivace fra le ruine„. Ma quando siamo allo stringere, quando egli vuole schiettamente confessare agli altri ed a sè le proprie impressioni, allora gli viene importunamente spontanea sotto la penna, la più titubante parola del vocabolario: il però. Però, a ben considerare, di che si discorse quella sera, in quella stanza, da que' gentiluomini, da que' professori, da que' letterati? Di un argomento unico, quasi proposto alla gara di erudizioni ingegnose e vane per giunta; delle ragioni, cioè, di preminenza letteraria o artistica che l'una città d'Italia poteva vantare in paragone delle rivali. Dissertazioni, non conversazioni; gelidi colloqui di defunti, non dialoghi attraenti di vivi. Che salotti? Oramai egli non si perita più di chiamare le cose col vero nome: quella non era altro che un'accademia. Ugo Foscolo non dà diverso giudizio: in quel crocchio, egli scrive, io mi sto muto e freddo come la sedia che opprimo.
Ben diverse dalle riunioni nella casa del Lungarno a Firenze, le riunioni nel palazzo di Via Montparnasse a Parigi, dove la contessa abitò dal 1788 al 1791; e alle quali intervenivano, per tacer d'altri moltissimi, e il Mercy d'Argenteau, e il Montmorin, e il Necker e Giuseppina Beauharnais e gli Stael moglie e marito, e i Boufflers madre e figlio, e il Cherubini radioso pe' felici successi della sua Lodoiska e il Beaumarchais prossimo a dar l'ultima mano alla sua Madre colpevole; della quale, compiuta che sia, offrirà le primizie alla D'Albany e agli amici di lei. Ma Parigi era Parigi; e se il Lamartine si figurò di trovare a Firenze nel 1810 un salotto, il quale rivaleggiasse coi francesi del secolo innanzi e ond'egli forse aveva udito a casa narrar meraviglie, fu il suo errore tale, che soli valgono a scusarlo la recente dimora e gli anticipati entusiasmi.
Io non parlo, badiamo, de' salotti parigini nei quali si lavorava a scavalcare o a tenere in sella un ministro, e la conversazione era, più che altro, una scusa: di quelli, per citare due soli ad esempio e non dei più celebri, della marchesa di Lambert sotto la reggenza e della duchessa di Grammont durante il regno di Luigi XV. In Francia il Molière, versificando una sentenza di Giovanni V duca di Bretagna, affermò che una donna ne sa abbastanza quando è capace di distinguere una giacchetta da un paio di calzoni; e lasciò intendere che una delle poche occupazioni dicevoli alla più bella metà del genere umano era appunto il cucire o rammendare calzoni e giacchette. Ma le francesi degli alti ceti a tanta esiguità di nozioni, a tanta placidità di uffici non si rassegnarono mai; e così prima come dopo gli ammonimenti del gran comico, ambirono a governare lo Stato, e quando governare non potevano, si adoperarono a sconvolgerlo; e invece di filare, com'egli avrebbe desiderato, dettero del filo a torcere ai ministri e ai luogotenenti generali della polizia. “Beati voialtri spagnuoli„, diceva il Mazarino a don Luiz de Haro, intanto che insieme imbastivano la pace de' Pirenei. “Beati voialtri spagnuoli. In Spagna le donne si contentano d'essere galanti o devote, obbediscono all'amante o al confessore; da noi pretendono di spoliticare e si arrogano di comandare anche al Re.„ E se il Mazarino credè che debellata la Fronda, la Chevreuse sottomessa, la Longueville esule in Olanda sarebbero stati alle donne in Francia esempi di efficacia durevole, ognun sa di quanto ei s'ingannasse. Il secolo seguente vide, nato da poco, la Maintenon spaventare la devozione di Luigi XIV e ottenere più dura la persecuzione de' giansenisti; e lei morta appena, per cinquant'anni segnatamente, dal 1720 al 1770, dal giorno cioè in cui l'abate Dubois entrò nella diocesi di Cambrai a riposare il corpo logoro dagli stravizi sulla cattedra onorata dal Fénélon, sino al giorno in cui il duca di Choiseul andò confinato nel castello di Chanteloup; trionfi e catastrofi di ministri e di cortigiani furono opere femminili. Le donne, nota il Montesquieu, formano una vera repubblica, uno Stato nello Stato, i cui cittadini operosissimi si aiutano di servizi reciproci; e chi dimorando a Versailles, o a Parigi, o in provincia mira affaccendarsi ministri, magistrati, prelati e non conosce le donne che li sospingono, è da paragonarsi a chi vegga agire una macchina, senza sapere per quali congegni si muova. È una donna, M.me de Tencin, quella che suggerisce ad un'altra donna, la Chateauroux, il più felice pensiero del nuovo regno, la presenza del re alla guerra di Fiandra; è una donna, la Pompadour, quella che conduce la Francia all'alleanza austriaca e alla guerra dei sette anni; più tardi la Tallien preparerà Termidoro, e dopo Termidoro la Stael impedirà la ristorazione della monarchia. Salvo brevi intervalli, in Francia nel secolo passato, come altri avvertì, la donna è la sommità onde tutto discende, il modello su cui tutto si foggia, la sorgente onde sgorgano rapide fortune e sciagure improvvise. Essa dispone del danaro pubblico e del sangue de' soldati, regola la politica estera, l'interna, la militare; scrive note diplomatiche, fa sottoscrivere lettere d'imprigionamento, invia piani di guerra a' quartieri generali e si serve de' finti nèi rimasti sulla toilette per indicare le posizioni dei reggimenti: essa è, in breve, il principio che governa, la volontà che dirige, la voce che comanda.
Diverse, troppo diverse le nostre dalle condizioni della Francia in quel tempo: e perciò non fu in Italia salotto, che avesse pur l'ombra dell'importanza politica cui parecchi de' Francesi pervennero. Ma neppure salotti di più geniale natura potevano nel secolo scorso non che fiorire attecchire in Italia, da pareggiare quelli che furono scuola e norma della colta, arguta, disinvolta garbatezza francese; dei quali sir Nathaniel Wraxall scriveva che vi si era perfezionata la più utile e gradevole delle arti, l'arte del conversare: e il Talleyrand che chi non aveva frequentato que' ritrovi non conosceva il più dolce de' godimenti dello spirito: salotti ove chiedevano in grazia d'essere accolti gli ambasciatori subito dopo la presentazione a Versailles, i sovrani appena giunti a Parigi.