Nel 1847 fondò un giornale politico coi signori Balbo, Galvagno, Santa Rosa, Il Risorgimento, il quale aveva a scopo di propagare le idee di progresso, di riforma, d'unione tra principi e popoli, e l'indipendenza d'Italia. Il signor di Cavour era lo più vivo ed audace tra i redattori di questo periodico ed uno dei più arditi pensatori del Piemonte. Lo mostrò quando una deputazione di Genova venne a domandare a Carlo Alberto l'espulsione dei gesuiti e l'organamento della guardia nazionale. Il conte di Cavour appoggiò Brofferio, il quale scappò fuori con un grido «La migliore delle riforme è la Costituzione; dimandiamola senza indugio!» Valerio, Galvagno ed altri respinsero questa idea audacissima. La petizione al re fu solo segnata da Cavour, Brofferio, d'Azeglio, Durando e Santa Rosa—e la si fece capitare a S. M.

La condotta del conte di Cavour, la petulanza delle sue idee, la sua indipendenza, lo misero molto male col partito aristocratico, egualmente che col partito democratico—a quell'epoca molto più avanzato che oggidì in Piemonte. Dopo le cinque giornate di Milano, Cavour consigliò al re l'audacia e la guerra immediata.

Alle seconde elezioni, Torino l'inviò al Parlamento come suo deputato, ed il nobile conte prese posto al centro destro, onde tener testa, come fece, alle esigenze immoderate della destra come della sinistra. Qui comincia veramente la sua carriera politica.

Dopo la disfatta di Custoza, il conte di Cavour si arrolò come volontario, ma non ebbe il tempo di partire, perchè le cose precipitarono con una spaventevole rapidità. La capitolazione di Milano ebbe luogo. Egli restò al Parlamento e sostenne il Gabinetto formato dal re, il 19 agosto 1848, sotto la presidenza del marchese Alfieri. Combattè Gioberti, che era allora il capo del partito democratico.

Nelle elezioni di gennajo 1849 il conte di Cavour non fu eletto. Malgrado ciò, trovando giusta la politica di Gioberti, il quale voleva far occupare Roma e la Toscana da soldati italiani, la difese nel suo giornale. Gioberti cadde. Il conte di Cavour sostenne il ministero Ratazzi, il quale, nella condizione terribile cui gli aveva fatta la situazione di quell'epoca di delirio, dovette dichiarare la guerra all'Austria. La rotta di Novara fece cadere il Ministero.

D'Azeglio convocò un nuovo Parlamento; e Torino nominò di nuovo il conte di Cavour. La Camera era ministeriale. Cavour divenne capo del centro destro; Ratazzi del centro sinistro. E d'allora la divergenza fra questi due uomini di Stato divenne ancora più pronunziata. Nondimeno, il conte di Cavour si oppose altrettanto, e forse più alla destra che alla sinistra. D'Azeglio lo vedeva innalzarsi e spuntar all'orizzonte come ministro. Dopo la morte di Santa Rosa egli gli affidò il portafogli del commercio e della marina. Infine, eccolo all'opera.

Vittorio-Emanuele, che ha l'istinto di presentire la superiorità, lo indovinò. Egli disse a d'Azeglio, che glielo proponeva: «Va benissimo, ma quell'uomo lì vi rovescerà tutti!» Poteva dire, ci dominerà tutti. D'Azeglio non se ne sbigottì. Poco dopo, Cavour accoppiò ai due suoi portafogli poco serii, quello importantissimo delle finanze, cui conservò dal mese di aprile 1851 fino al maggio 1852. A quell'epoca, il conte di Cavour appoggiò Ratazzi, capo della sinistra, come candidato alla presidenza della Camera. Ciò spiacque a Galvagno, il quale, nel Ministero, rappresentava l'elemento conservatore ad oltranza. Il Gabinetto, fu sciolto.

D'Azeglio ne compose uno a nuovo, il quale non potè vivere a causa delle dissensioni sopravenute tra il Piemonte e Roma. D'Azeglio consigliò al re di nominar capo del Governo il conte di Cavour, il quale si era recato al Congresso economico di Bruxelles. Traversando Parigi, egli si presentò per la prima volta all'imperatore Napoleone III. Cavour divenne presidente del Consiglio e prese il portafogli delle finanze. Poi, quindi a poco, Buoncompagni essendosi ritirato, egli invitò Ratazzi al ministero della giustizia. Il conte di Cavour si alligava al centro sinistro.

Nel 1857, Ratazzi avendo lasciato il portafoglio dell'interno, il conte di Cavour accumulò quello degli affari stranieri, dell'interno, dell'istruzione pubblica e la presidenza. Fu ministro fino alla pace di Villafranca.

Il conte di Cavour aveva carezzate le idee inglesi, essendo deputato e giornalista: arrivato al potere, ei comprese la parte che l'imperatore Napoleone andava a far rappresentare alla Francia, e si appoggiò apertamente e con abbandono sur essa. Ei fece decidere la spedizione di Crimea, il di cui successo lo condusse al Congresso di Parigi, Quivi egli si diede a conoscere meglio all'Imperatore, cui meglio conobbe. Essi s'indovinarono, forse si compresero. E forse ei bisogna datare da quest'anno quell'accordo che si manifestò di poi per un seguito di avvenimenti fortunati per l'Italia. La questione italiana fu iniziata, anzi posta nel Congresso di Parigi dal conte di Cavour, con il consentimento dell'Imperatore, l'Inghilterra favorendolo. A Plombières furono convenute forse l'alleganza di famiglia e l'alleganza nazionale. E la guerra del 1859 spuntò in quel firmamento ove dovevasi vedere quindi a poco la stella d'Italia brillare, quella dell'Austria impallidire.