Io credo che la concezione dell'Italia una non gli venne che dopo l'annessione della Romagna. Innanzi a Roma—quantunque indifferente in materia religiosa—in faccia del papa, cui egli credeva più grande in realità nel mondo, più radicato nell'anima dei popoli, il conte di Cavour si arrestava, non già sbalordito o atterrito, ma dubbioso. La sua mano provava un'involontaria convulsione stendendosi alla tiara—o al triregno. Per tutto il resto, e' procedè di un passo sicuro. In politica, e' fu giuocatore avveduto. La sua messa contro l'Austria, era la ruina dell'Austria stessa—se dessa avesse vinto. Imperciocchè, stendendo la sua potenza sulla Penisola intera, l'Europa sarebbesi allarmata di tanto formidabile dominio. Ed il conte di Cavour non aveva a temere che l'Austria. Ed egli aveva conquistato l'appoggio della Francia e dell'Inghilterra.

Il conte di Cavour lasciò la sua opera interminata. La sua morte ha forse anche ritardato il compimento di quest'opera. Ma forse altresì egli è morto a tempo per sè stesso. Egli avrebbe dovuto fare dei sagrifizi, ai quali il suo cuore avrebbe ripugnato, e cui la sua ragione, il suo calcolo di uomo di Stato avrebbero consigliati e sanzionati. La natura del suo ingegno, la tempra della sua mente, erano meno propri a questo periodo di persistenza, di ostinazione, di raideur, nel quale è entrata la quistione italiana—meno proprii che al periodo precedente, nel quale bisognava lottare, provocare, intrigare, mettere in sussulto l'Europa, gittare l'allarme, creare le difficoltà, tirar partito di una forza che l'Italia non aveva allora, e che è negletta oggidì.

L'eredità ch'egli ha lasciata non è imbrogliata, ma la gestione n'è difficile. Egli aveva messo in movimento l'energia italiana sotto tutte le sue forme—una parte per agire di concerto con lui, una parte per resistergli. Tutte le file gruppate nella sua mano rispondevano ad una delle funzioni della vita italiana. Lui morto, una specie di paralisi ha invaso il corpo sociale della Penisola. Si è creduto perfino inutile di resistere, di attaccare il potere. L'Italia si fa; ma forse più per gli errori dei suoi nemici che per l'iniziativa ed il concorso dei suoi amici. Vivente Cavour era l'inverso.

Il posto vuoto ch'egli ha lasciato resta inoccupato tuttavia. Le linee ch'egli aveva tracciate sono religiosamente seguite; ma il pensiero che poteva modificarle, dar loro la vita, farle deviare onde evitare un ostacolo, quel pensiero non è più—-non lo lasciò in eredità ad alcuno. Si traducono le sue idee liberamente—ma esse cominciano già a non essere più dell'epoca nostra. Sono la storia.

La potenza del genio del conte di Cavour si riassume in questo: che egli indovinò l'anima della nazione, e, forte di quest'appoggio morale e latente, plenipotenziario dell'Italia possibile—vale a dire dell'Italia del popolo—egli agì nel mondo officiale e la fece sentire all'Europa, non quale era, ma quale poteva essere. Piemontese, il conte di Cavour applicò tutte le risorse del suo spirito per vendicare la rotta di Novara. Italiano, egli si servì dello spirito rivoluzionario—tradizionale in Italia—per compiere la più grande opera di conservazione che si sia fatta dopo il congresso di Munster—il principio della ponderazione dell'Europa sulla base delle frontiere naturali.

Non si conosce ancora tutta l'estensione e la profondità dell'opera del conte di Cavour, perchè quest'opera, essendo stata in gran parte una cospirazione di tutte le ore, e dovunque, ed in tutto, l'epoca delle rivelazioni non è ancora arrivata. Ma io credo che quest'opera è stata immensa, avuto conto dell'intensità e dell'attività del suo spirito. Egli fu il nostro Pitt. Ed io sarei quasi per dire, più grande che lui—perocchè egli ebbe la costanza, la tenacità, la fissità dello scopo, l'implacabilità dell'odio contro il nemico del suo paese, come l'immenso uomo di Stato dell'Inghilterra, ed ebbe in più a lottare contro l'esiguità dei mezzi di cui appena poteva disporre l'Italia. Pitt agitava e rimoveva con una leva che chiamavasi la Gran Bretagna; Cavour con un pezzo di cuneo che chiamasi Piemonte. Ma come Pitt, egli usò di quella dittatura irresponsabile di cui l'avevano investito il suo re ed il suo paese—ed il risultato ch'egli ne ottenne fu cento volte più grandioso. Pitt abbattè un uomo; Cavour creò una nazione!

Io mi arresto. L'ora di comprendere il conte di Cavour e di valutare la sua parte non è ancora sonato.

III.

Cavour riassume in sè stesso il Gabinetto.—Minghetti prima di esser ministro.—Ministro e dopo.—Fanti.—Della Rovere.—Peruzzi.—Cassinis.—Il ministro amabile ed il suo a latere signor Niutta.—De Sanctis.—Una parola della politica del Gabinetto.

Torino, 6 maggio 1861.