—Tu eri proprio innocente, conte Gennaro di Nubo, dottore della Facoltà e membro dell'Accademia delle Scienze!…—Tu eri ben gonzo, convienine. Voler riescire per la linea retta? Giungere per la grande strada? Ah! bah! Altrettanto sarebbe valso di trangugiare il Panthéon in pillole.
E facendo un gesto di disprezzo contro sé stesso, ridiscese al salone, completamente freddo ed impassibile, ed ordinò la colazione.
Bevve enormemente di the; mangiò di tutto e trovò tutto eccellente.
Egli respinse perentoriamente, come imprudente, l'idea di comunicare l'avventura alla polizia, di segnalare la donzella e la fante per telegrafo, e di confidarle alle cavalleresche sollecitudini della gendarmeria.
La condotta di Regina doveva passare per una malizietta da testa romantica, una storditezza da pensionista. E' non doveva complicare la situazione, nè lasciare al mondo una presa qualunque sul fondo dei suoi sentimenti, sul movimento intimo del suo cuore. Doveva apparire sempre calmo, limpido, senza la minima ondulazione. Non doveva pregiudicar l'avvenire. Doveva avere un'anima incolore, muta, apatica.
Uscì dunque alla sua ora solita; visitò i suoi ammalati, e dopo le quattro, alla chiusura della Borsa, andò a trovare Alberto Dehal, per raccontargli lo strano ratto della sua fidanzata. Poi recossi al Circolo, ove trovò una lettera pressantissima di Augusto Thibault.
III.
Un buon viglietto di lotteria.
Nel mezzo della state del 1833, il dottore di Nubo trovavasi a
Nicastro di Calabria.
Un editore gli aveva dimandato di ripubblicare la grande opera di lui: L'etnologia delle popolazioni dell'Italia meridionale, che, nel 1812, gli aveva conquistato il posto di membro dell'Accademia delle Scienze ed il nastro della Legione d'Onore.