—Che mi vuoi tu, compare?

Il dottore non rispose da prima. E' cercava a rendersi conto dell'uomo con cui aveva a negoziare, mediante l'analisi della fisionomia e l'osservazione di quelle mille protuberanze—cui certe abitudini della vita e del pensiero sollevano sul corpo—sì eloquenti, quando li si sa interrogare da frenologo, non da ciarlatano.

Dopo due minuti di silenzio, che turbavano lo zio Tob, il dottore fiutando una presa di siviglia, disse lento, lento:

—Io sono straniero. Viaggio perchè mi annoio. Son curioso. Amo le storie bizzarre. Ora, come io m'immagino, caro, ch'e' vi potria essere nella storia vostra qualche cosa di piccante, vi ò fatto chiamare per chiedervene il racconto.

Il dottore aveva aperta la conversazione con mal garbo—non tardò ad avvedersene.

Lo zio Tob restò un istante come stupefatto, gli occhi spalancati, pensando sognare, sospettando, malgrado ciò, che non fosse innanzi ad un commissario di polizia. Poi si alzò pian piano, e rispose:

—Io pure, sono straniero. Io viaggio per vivere. Io non sono punto curioso. Detesto le storie, bizzarre o no. E come non ò nella mia vita nulla di ghiotto, e come, quand'anche ve ne fosse, io non l'avrei spippolato al primo ozioso venuto che prendesse la pena di chiedermelo a brucia pelo, io ti rispondo: addio compare.

—Scusatemi, signore—riprese il dottore alzandosi—io non aveva intenzione di offendervi. Se vi ò dimandato il racconto delle vostre avventure non è mica unicamente per un sentimento di curiosità. Un'idea più generosa ispiravami.

—Alle corte, compare—sclamò bruscamente lo zio Tob.—tu ài un servigio a chiedermi. Un uomo come te non scomoda un uomo come me pel semplice piacere di fare una chiacchierata come un vecchio paio di amici. Andiamo dunque al busillis. Che mi vuoi tu?

—Dappoichè voi mettete la quistione in questi termini—replicò gaiamente il dottore—io l'accetto. Andiamo al fatto.