—Ma, signore, le avete lette voi, quelle scritte?

—Sì.

—Allora, voi vi fate complice di una estorsione, di un adulterio, di una sostituzione, di un furto, di una prostituzione… che so ancora? voi tenete il sacco a coloro che rubano.

—Signore, i due re ed i loro ministri sono stati infami; il duca di Balbek—forse il meno colpevole—è stato infame anche egli. La morale si vela la faccia in mezzo a quella gente. Io non mi preoccupo ove sia la giustizia. Io non calcolo che questo: la regina Bianca è un vituperio; il principe di Tebe un flagello. Il vituperio ricade sur una regina; il flagello si abbatte sur una nazione. Dei due disastri, scelgo il minore. Qual re al mondo, d'altronde, può affermare: questo figliuolo è mio? Gli altri lo sospettano; Taddeo IX lo sapeva.

—Conchiudete, signore, se vi aggrada—disse il principe freddamente, ma umiliato del suo scacco fino al fondo dell'anima.

—Termino, principe. Ecco dunque l'ultima mia parola: silenzio per silenzio—se volete essere generoso. Se no, fate l'uso che vi piace dell'autografo del duca. Io fo scomparire le carte di Balbek.

—Signore, avreste voi per avventura un terreno meno assoluto sul quale potessimo impegnare un negoziato più logico?

—Signore, io non sono mica diplomatico, e perciò non negozio. Vi dovevo una risposta dalla parte di mia cugina, ed una spiegazione da parte mia. Ve le porto. Esse contrariano forse il diplomatico; ma io porto nella mia coscienza il convincimento che il padre, il marito, il gentiluomo, che sono in voi, non mi sconfesseranno. Me ne appello al vostro cuore ed al vostro onore, principe.

Il signor di Lavandall si alzò, senza rispondere, salutò e ricondusse il conte di Alleux fino alla porta del suo gabinetto.

La sera, Adriano andò a raccontare a sua cugina tutto ciò che si era passato fra lui ed il duca, e fra lui ed il principe.