—Imparate dunque, signor mio, che io rispetto la prosodia—rimbeccava
Regina, baciandolo.

Di montagna in montagna, di villaggio in villaggio, di clan in clan, essi consumarono così due mesi di voluttà. Le ore snocciolavano come perle d'ambra d'un monile nelle mani di una cortigiana greca.

Essi non sfioravano il mondo che delle punte delle ali.

La vita materiale, a dir vero, non era delle più confortevoli. In fra le montagne di Argyle, di Ross, d'Inverness, di Stillig—dove essi s'inerpicavano a piedi, le braccia allacciate, gli occhi negli occhi più sovente che nel cielo—il pranzo, a quell'epoca, lasciava molto a desiderare, ed il giaciglio ancora di più. Ma quando eglino non avevano che un cattivo oat-cake—focaccia d'avena—o un milk-porridge—zuppa di latte—Regina l'accostava alle sue labbra, poi lo porgeva a Sergio, e diceva:

—Gusta un po' di questo camangiare!

E quando la sera non trovavano talvolta, in luogo di letto, che una manata di varech o un lembo di vecchio plaid striato, Sergio tendeva il suo braccio e diceva a Regina:

—Poggia il tuo capo su questo origliere!

Quanto lontana era Parigi! Come la vita era di rose!

Se un bel garzoncello dagli occhi attoniti vedevali passare, Sergio gettava a Regina uno sguardo ardente, smagliato di un sorriso significativo. E Regina arrossiva. Se una povera vecchia, dai capelli rossi, ben segaligna, ben disseccata, fermavasi e tendeva loro la mano in silenzio, Regina tuffava la sua mano nelle tasche di Sergio e dava alla meschina una moneta di sei pence, dicendole:

—Dalla parte di questo signore, la mamma!