—Nol farei gire, nol farei gire…! L'è facile a dir codesto, in fra noi. Ma il mio marito non è un pizzicagnolo che può e che vuole passar oltre sur una simile circostanza. Senza essere geloso, egli à un profondo sentimento di dignità. Senza credere che una donna sia una proprietà inviolabile, per un articolo del codice civile, egli pretende, nonostante, che questa donna rispetti gl'impegni liberamente contratti, spontaneamente presi, sapendo tutta la portata dei suoi doveri, quali la società, a torto od a ragione, gliel'impone. Egli dà piena libertà a sua moglie, piena confidenza; ma egli non tollererebbe di guisa alcuna che codesta donna abusasse della lealtà di lui per coprirlo di ridicolo e di vituperio. Egli è indulgente per i capricci; inesorabile per le colpe. Infine, la di lui fierezza s'insorgerebbe a cogliere sulla bocca di sua moglie il guaime dei baci di un altro. Egli vede nell'infedeltà coniugale non una violazione di proprietà, ma una rottura di patto ed un segno di disprezzo per la sua persona. Tu comprendi allora ch'egli non può restare indifferente alla lettera del domino, quantunque anonima.

—Poichè tu ài messo al mondo un marito di così cattiva tempra, bisogna pur essere conseguente—lo veggo. Ora, innanzi tutto, non considerando in ciò che addimandasi disonore se non una rottura di contratto, egli non può volerne al suo rivale, non avendo egli trattato che con sua moglie. È dessa dunque che debb'essere sola risponsabile dell'infrazione, secondo la tua teoria. Non potendo per conseguenza vendicarsi da uomo, egli è sconvenevole e grottesco fare strepito, chiamare il prossimo a testimone delle sue piccole brighe con la moglie. Arrogi a ciò, ch'e' non bisogna giammai disonorare una donna con la pubblicità. Imperciocchè, anche decaduta e gualcita, la donna è sempre augusta pel dritto divino della bellezza e del piacere. Gli antichi, che non erano pertanto mica galanti, dichiaravano sacrilega, tu il sai, la mano che toccava il velo di una donna. Il velo! figurati la fama. Laonde, caro, da banda il contatto con denunziatori.

—Ma allora?…

—V'ànno altri mezzi per sapere a che stanno le cose—mezzi non buoni neppur dessi, però men fragorosi. Conosci tu una casa da ragguagli?

—No.

—In questo caso, tu farai fare al tuo marito ciò che fatto ò io stesso.

—Vale a dire?

—Ecco qui. Io aveva un'amante dotata di tutte le virtù cardinali e teologali del catechismo—e di altre ancora. Ella faceva sbocciar sulle sue spalle del Cachemire, cui io non le aveva mai regalati. Ella innestava ai suoi polsi, alle sua dita, alle sue orecchie, e dovunque, dei gioielli, cui io non aveva mai avuto la tentazione di comperare. Ella faceva fiorire sul bel suo corpo delle vesti magnifiche, cui io contemplavo solo con ammirazione negli étalages—a cinquanta mila franchi lontani dalla mia borsa. La madre della mia maîtresse era portinaia, ed il padre invalido. Per lo che, quei belli oggetti non le venivano certo mica dai dominii paterni. Malgrado ciò, la mia innamorata, che aveva la frega di poser, voleva passare assolutamente per donna onesta. Io abbomino le donne oneste, io: esse costano troppo caro! Io aveva un bel dire a Fanny ch'io non volevo punto della sua virtù, ma dei suoi vezzi. Ella mi avrebbe assolto, mi perdoni Iddio! che io l'avessi trovata brutta, gobba, sciancata, butterata… che so io? basta che io l'avessi sospettata capace di aver della morale e di andare a messa. Io mi piccai al gioco e volli finire per provarle, fatti in punto, ch'ella non aveva alcun titolo al compenso della virtù di Monthyon.

—Tu avevi ragione.

—Io era un imbecille, mon petit. Io perdetti la mia amante, la quale non costavami assolutamente altro che il soffio dei miei baci.