Non v'era andato.
Solamente, questa volta, invece di bruciare il viglietto, se lo aveva cacciato in tasca e si era recato da suo fratello, Giustino di Linsac, per mostrarglielo.
Giustino era fratello minore di Sergio, e medico. Luigi Filippo l'avvea fatto deportare, dopo l'affare Fieschi. Poi, egli era ritornato. Ma lo avevano gettato di nuovo in prigione, dopo l'attentato di Alibau. La sua clientela erasi dispersa malgrado l'immenso suo merito. Le sue opinioni rigide, rude, puritane, spiccate, mettevan paura nei timorosi—in quelli stessi del suo partito. Imperciocchè, il coraggio morale in Francia non è così comune come il coraggio fisico. Si brava la morte. S'impallidisce innanzi a un epigramma.
I due fratelli ebbero un colloquio di più ore, chiusi nel gabinetto del medico. E quando si separarono, si abbracciarono teneramente.
La politica li aveva un po' straniati. Giustino, repubblicano della tempera di Saint-Just, non approvava certe transazioni cui Sergio aveva creduto convenevole ammettere, cedendo alla forza delle cose.
L'indomani di questa riconciliazione, Sergio era caduto ammalato.
Suo fratello lo accudiva.
Infrattanto, il manoscritto mandato al giornale smaltivasi e volgeva alla fine. Il direttore dell'appendice gli chiedeva nuova copia di tutta fretta, perocchè non ne restava più che per tre feuilletons.
Preso così alla gola, dal suo impegno e dai suoi lettori, Sergio si era alzato ed aveva cominciato a scrivere. Ma si sentiva troppo debole.
Il campanello della cancellata del suo chálet risuonò. Andò alla finestra e scorse il suo amico Marco di Beauvois.