Taddeo domandò la pace in nome di Federico, facendo magnifiche promesse per il bene della cristianità, ed offrendo come garanti di tali promesse i re di Francia e d'Inghilterra, i principi di Germania e le città ghibelline d'Italia.

Alle parole di Taddeo, l'assemblea fu côlta da profonda costernazione.

Ma Innocenzo ricusò.

Taddeo allora esclamò: «Io m'avveggo, finalmente, che la condanna del mio nobile signore è decisa. Il mondo intero lo saprà. Lo spirito di Dio non è in questo Concilio, ove non si trovano che de' servi, e da cui è assente la maggior parte de' vescovi della cristianità. Noi ce ne appelliamo ad un altro Concilio, più completo e più giusto, ad un altro pontefice meno appassionato; e in nome del mio signore, della giustizia eterna, del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, io protesto. Voi condannerete, ma la vostra sentenza non sarà registrata in cielo».

Innocenzo non lasciò all'emozione il tempo di manifestarsi. Si alzò, e soffocando colla voce tutti i suoi rimorsi, pronunciò la sentenza, «alla presenza del Concilio», e non «con l'approvazione del Concilio», secondo la formula. Egli scomunicò l'imperatore, e lo dichiarò decaduto e spogliato di tutti i suoi Stati. Dopo di che, i Padri spensero i ceri, che avevano tenuto accesi finchè il papa leggeva l'anatema, e li gettarono in mezzo alla sala.

Allora, mentre Innocenzo intonava il Dies irae, Taddeo da Sessa, con voce terribile (dice Matteo Paris), esclamò: Sventura! Sventura! Questo è il giorno della collera, delle calamità e delle miserie!

Allorchè la notizia del decreto del Concilio giunse a Federico, egli sorrise, e ponendosi in capo la corona, disse: «Essa non è perduta!»

Innocenzo cercò di farlo avvelenare da Pier Delle Vigne; ma ciò essendo stato scoperto, Piero si suicidò per isfuggire al castigo,

Credendo col morir fuggir disdegno.

Dante la collocò nell'Inferno.