—Non fu colpa sua se non lo mantenne, grida Gisulfo.
—La colpa fu sua, ed io che l'accuso, l'attesto, continua l'altro. Del resto giudichi il placito. Dopo tre anni Alberada è stata ripudiata. E nel pieno delle gioie, madre di un figliuolo, col sorriso d'amore sulla labra, lusingata di lunga felicità, lussureggiante di speranze, è stata ripudiata Alberada, per isposarsi ad un demonio—a vostra sorella Sigelgaita, principe Gisulfo, per alimentare ambizioni e fatali desideri.
—Ciò non è vero, interrompe di nuovo Gisulfo.
—Io l'attesto, io lo giuro, grida l'altro. Le lagrime di Alberada, baroni, chiedono vendetta; voi lo farete.
—Sì, voi la farete, grida Baccelardo anch'esso in un impeto irresistibile, perchè suo padre non è più—dopo otto giorni dalla partita della figliuola moriva di languore nel castello di Cariati che gli avevano dato a guardare.
—Vi è ancora qualcuno che debba produrre sue accuse? dimanda il principe Gisulfo con l'accento soffogato dalla rabbia.
—Ancora un altro, monsignore, risponde una voce dal fondo della sala.
Ed a lentissimo passo, sorreggendosi ad un bordone, accompagnato da un cane, perchè cieco, avanza un vecchio. La sua testa era scoverta, pallidissima avea la faccia, lunga, scomposta la bianca barba, nuda e rugosa la fronte, livido tutto nella persona pel gelo della vecchiezza e della malattia che gli serpeva per le vene, incurvato, tremulo e lacero nei panni. La sua voce barcollava come quella di chi agonizza. Egli si trasse innanzi a stento, soffermandosi ad ogni passo. E come fu adagiato sur un seggio, che il campione della Chiesa sollecito gli appresta, il cane gli mette la testa sulle ginocchia e gli fissa gli occhi nel volto quasi avesse voluto leggerne i pensieri. Il vecchio gli stende la mano sulla testa, e parla:
—Nella fatale invasione dei Normanni il principato di Capua, fino al 1055, fu rispettato. Nel 1055, Riccardo conte di Aversa si sentì ben fermo nei suoi Stati, ed assai forte per non restarsene con le mani alla cintola, mentre i figliuoli di Tancredi di Altavilla facevano conquisto tanto opulento di paese. Riccardo dimanda a Roberto Guiscardo volere anch'egli fornir truppe e partire le città che nelle Puglie e nelle Calabrie si sarebbero occupate. Questo messaggio torna malgradito a Guiscardo, che perciò, unitisi il dì di Pentecoste 1054 ad Otranto, consigliò a Riccardo accrescere i suoi Stati dal lato del principato di Capua, perchè, invece, egli avrebbe fornito lui di scorte e di truppe per invaderlo. Il consiglio piace a Riccardo ed accetta. Nella prima domenica dell'avvento del 1055, Riccardo con esercito poderoso si reca infatti sotto le mura di Capua, e vi pone assedio. Allora, baroni, come sapete reggeva Capua Pandolfo V. Egli avrebbe potuto respingere il nemico con la forza; ama meglio calare ad accordi, ed ottiene che Riccardo sgomberi il campo mediante dodicimila bizantini. Una pace tanto vigliaccamente comprata durò poco. Morto Pandolfo nel 1057, Riccardo comparve di nuovo sotto le mura di Capua e le cinge di stretto assedio. Landolfo V, che era succeduto a suo padre, fa sonare a stormo le campane, e convocati i cittadini alla chiesa, dice loro:
« Capuani, qui si tratta di onore e di vita; oggi è tempo di riscattarveli. Raccomandatevi ai vostri santi, vestite le vostre armi, e dal ragazzo che sente poter lanciare una pietra al vecchio che ha forza di sostenere una spada, seguitemi tutti.