Quando l'abate di Cluny ebbe letto ciò si strinse nelle spalle ed a passo lento si approssimò al tavolo del cancelliero, e gli pose avanti la carta. E questi, piegandosi, vide che la postilla diverso carattere aveva scritta. Dimandò perciò il pugnale al principe Gisulfo e sulla punta di quello prendendo la pergamena la gittò per terra, e sopra vi calcò il piede sclamando:
—Le cose degli scomunicati non lordino i vassalli di Dio.
Colui che aveva presentata la protesta di Guiberto, all'atto codardo si alza come preso da impeto generoso; ma poi, percotendosi di ambo le pugna la fronte, si asside di nuovo senza dir motto. Però il principe Gisulfo, che uomo generoso era, trovando la parola rampogna:
—Ser cancelliero, il vostro non è condursi da cristiano. Cristo rimproverò i discepoli che d'intorno gli scacciavano la Maddalena, e duolmi che, io laico, ve lo debba rammentare. Ma questi baroni hanno udite le accuse e le difese di Guiberto, e basta. In quanto a mio cognato Guiscardo poi rispondo—nè mi curo giustificar altrimenti le mie parole fuor della spada—che non mai egli rapì gli Stati a Baccelardo, perchè Roberto succedeva al conte Umfredo, come il conte Umfredo era succeduto al conte Drogone, e questi a Guglielmo Bracciodiferro: che se fece prigioniero papa Leone IX, si servì dei diriti di vincitore, e da cristiano fedele e leal cavaliere lo trattò: che non mai ripudiò Alberada per ambizione o per mutato amore, sibbene perchè scovrì Alberada riuscirgli parente: se prese Malvito con inganno, adoperò stratagemma di guerra e quindi commendabile a capitano: infine se lo sfortunato principe Landolfo V di Capua fu scacciato dalla casa dei padri suoi, vuolsene addebitare più il principe Riccardo, che stette sodo alle codarde condizioni dei Capuani, anzi che i consigli di Guiscardo, il quale pugnava allora nelle Calabrie. Al silenzio dunque le sciocche calunnie che ci avete fatte udire, e pensate da uomini e da cavalieri, non da stupidi servi da gleba. Queste sono le ragioni che io, principe Gisulfo II di Salerno, seppi addurvi. Se poi vi ha qualcuno che le creda deboli o non vere, ecco qui la manopola di un uomo, il quale da cavaliere saprà sostenere che costui ha mentito come un infedele. Ho detto. Ai voti.
—Ai voti, ai voti! gridarono molte voci dalla sala; e tutti si alzavano per andare a mettere le tessere nell'urna; allorchè triplicata squilla di tromba fuori le porte dell'abadia risuonò.
IV.
Derobe-les à l'oeil de leurs persécuteurs,
Je fuis, le jour m'epie, et s'il me voit je meurs!
Lamartine, La Chute d'un Ange.
I baroni restarono fissi ai loro posti, da poichè il cancelliero aveva dato ordine ad un araldo, che faceva da mazziere alle porte della sala, di riferire a quell'adunanza chi fosse e che significasse quella chiamata di tubatore. E non passò guari e l'araldo venne ad annunziargli che egli precedeva un oratore cui Roberto Guiscardo mandava al pontefice, e che questi ai baroni rimandava per dargli udienza. Infatti e' finiva di così parlare, allorchè i battenti della sculpita porta si schiudono e comparisce il vescovo di Bovino.
Il suo passo era maestoso come a personaggio di tanto cuore e di tanto rilievo convenivasi. Vestiva corsaletto di lamine di acciaio a rabeschi d'oro, sopra di cui gittato un manto soppannato di pelli preziose, e fermato da scheggiale di gemme. Egli venne in mezzo al salone, e dopo aver salutati i baroni da prima con grazioso piegare di testa, e con maggiore sussiego il cancelliero, che immobile gli aveva fermo l'occhio addosso, fece ancora un passo verso il principe di Salerno e parlò: