—Non è d'uopo che vada io, perocchè già un centurione trae alla nostra volta. E veggo...
—Due frati in un bel gruppo di lancieri con le picche calate. Che mai sarà?
—Io l'indovino, dice Guiberto, quei di dentro han cominciato a sentir troppo caldo dalla nostra vicinanza ed han dimandato soccorso.
—Eh! non può darsi. Io conosco la tempra ostinata di Gisulfo, e quanto superbo ei sia. Ho per sicuro che alcun altro vorrà venirci a guastare il giuoco ed a cacciare il suo cucchiaio nella nostra pentola, come fecero le dannate memorie di Nicolò II e Leone IX per le faccende di Puglia. Sta a vedere se la cosa non sia così. Qui ci menano due frati.
—Ebbene, centurione? dimanda Guiberto al soldato che loro si approssimava.
E quegli facendo cenno di saluto ai due cavalieri, si volge a Roberto Guiscardo e risponde:
—Monsignore, papa Gregorio VII manda due legati che dimandano tosto essere ammessi alla vostra presenza. Che dobbiamo fare di costoro?
—Frustateli, mormora il priore alzando le spalle e spingendo il cavallo per ritornare alle tende del duca.
Ma Roberto resta un tratto a pensare, poi ordina:
—Guidateli al nostro maestro di palazzo, monsignor di Bovino, che egli li provveda di alloggiamento per questa notte, e che dimani sieno presentati al nostro padiglione.