—Che sarà audacemente mantenuto, continua Ildebrando. Sì, Alberada, io ti ho amata, e quanta sciagura da questa passione mi fosse tornata, io dirti non potrei senza farti tutta raccapricciare novellamente. Io non aveva amato alcuno. Io non aveva conosciuta mia madre, che pochissimo, mio padre poco ancora ed aspro. Io insomma, mi era veduto isolato nei chiostri fanciullo. Io aveva udito predicarmi tutto dì, sotto pena di peccato, di segregarmi dal mondo e dalle sue passioni; avevo dovuto interdirmi ogni affetto tenero, ogni moto di sensibilità. Io avevo dovuto in ogni essere a me somigliante considerare un nemico che studiava trascinarmi all'inferno, in ogni desiderio un peccato. Sulla terra io non doveva vedere che me, e fuori di me Iddio. Ora, a Dio la fantasia indocile ed irritata dalle meditazioni cercava dare un'esistenza, una forma—e sempre gli dava quella di una donna! Così, una figura svelta, bianca, diafana, l'occhio azzurro soavissimo, la persona gentile, aereggiante in un velo di pudore e di candidezza, una forma come era la tua, Alberada, come eri tu nel castello del padre tuo. Ah! che la effigie più degna di rappresentare Iddio è quella della donna!
—E voi siete prete e cardinale?
—Io sono uomo, Alberada; Dio mi fe' uomo. E questa imagine ostinata della donna mi veniva sempre avanti nelle meditazioni, m'isprava nelle preghiere, mi apriva il cielo, m'indorava di luce la vita, mi travagliava nei sogni. Questa figura trovai in te; e ti amai, e mi lasciai trascinare interiormente a quel precipizio come chi è preso dalla vertigine. Seppi però dominarmi, o almeno il credetti, poichè tu mi dici che il segreto periglioso mi scappò pure dalle labbra. Ora non se ne parli più. Fu un momento d'aberrazione che con molte lagrime ho pianto poi; fu una colpa che di pena terribile ho pagata. Non se ne parli più, e guai, Alberada, guai a te, guai a colui cui questo tristo segreto fosse svelato. Io vivo oramai nell'avvenire: il passato mi fa orrore.
—Se gli è questo tutto quel che richiedete da me, messere, la vostra volontà sarà fatta. Codesta vostra passione non uscì mai dalla mia bocca, nè uscirà, perciocchè, certo, io non ho di che vantarmene.
—Forse che sì, forse troppo, riprende Ildebrando sollevando fieramente la testa ed alzandosi. Ma io credo di essermi spiegato abbastanza. Qui si snebbi dunque la frenesia che la tua vista ha in me rinnovellata, e parliamo di altro.
—Meglio così.
—Sai tu, perchè mi rivedi in questo castello?
—Se non è per venirvi a sollazzare delle sofferenze della vittima, o a venirle ad intimare il supplizio, io non saprei perchè altro.
—Per salvarti.
Alberada si stringe nelle spalle, volge la testa verso il cielo che le mandava un raggio di sole dall'abbaino, e non risponde. Ildebrando continua.