—Goccelino si avvide di quelle pratiche e qualche sospetto gli si andava insinuando nell'animo. Si era levato già di letto, ed in parte aveva racquistate le forze.

Una sera che costui, addossato ad un davanzale di finestra contemplava malinconico tramonto, di sopra la sua testa, tra il merlato di una torricella, Cuno ed Alberada favellavano. Le loro parole non si udivano distinte, nè le pronunziavano tutte sul medesimo tuono. Ma Goccelino ne udì tanto che l'anima si senti lacerare e rivivere nei feroci affetti. Cuno, per compiutamente salvarla da suo fratello, raccontava alla fanciulla normanna la storia di Bertradina. Goccelino non proferì motto. La sera si addimostrò anzi lieto più del consueto e più facondo; al fratello, che immaginava già cotto di quella donzella, disse mille cose amorevoli. La notte però, mentre Cuno dormiva, egli cerca della stanza di lui, e con sorriso feroce e diabolica voluttà gli fa sulla persona tale oltraggio che fa inorridire e che mi è legge per pudore celare. Nel castello intanto si parlò solamente di pericoloso colpo di pugnale.

—Mio Dio! mormora Alberada sommessa.

—Indi scende alle scuderie, continua l'abate e simulando ordine premuroso del barone, si fa aprire le porte del castello e fugge in Germania—dove l'imperatore lo accoglie con ogni amorevolezza, e gli tiene la parola datagli a Parma.

Il povero Ildebrando intanto......

—Ildebrando? sclamarono Gisulfo ed altri parecchi della mensa; gli è dunque di lui e di suo fratello Guiberto, qui con noi, che racconta la vostra leggenda, ser abate? Non ci eravamo dunque apposti nel sospetto.

—No, baroni, scompigliato balbetta l'abate. Poi, rimettendosi, soggiunge: io aveva altrove fisa la mente, e quel nome mi volò dalle labbra scioperatamente. Non è di lui che io favello, non è di lui. Altri sventurati volle Iddio provare coi fatti che io sono stato costretto a narrare.

—Bene sta, ser abate, bene sta, freddamente dice Gisulfo; andate innanzi, perchè noi sappiamo oggimai distinguere l'astore dall'airone.

E l'abate tutto rosso e mortificato proseguì:

—Il povero Cuno intanto dal sonno cadde nello svenimento. E per fermo di emorragia sarebbe morto, se al maestro delle scuderie non nasceva tardo dubbio di verificare, se veramente il barone avesse data quella notturna commissione al favorito palmiere. Il maestro delle scuderie, vecchio torpido e credulo, va su all'appartamento del barone e lo fa risvegliare. Giselberto forte s'indigna della soverchieria che si pensa fatta per trappolargli un cavallo, e manda a vedere alla camera dell'altro fratello. Allo spettacolo miserando si commuove ognuno. Tutto il castello si caccia sossopra, si mette in opera ogni sollecitudine per aiutare il disgraziato. Cuno in effetti rinviene, e domanda di Goccelino. Gli narrano della fuga di lui. Egli allora col residuo di forze che rimanevangli, si rizza sul letto e di voce vacillante susurra: