Ildebrando manda subito un legato ad Enrico con lettere del conclave. Ma il messo non è ricevuto, e vilipeso ritorna a Roma. Anzi, nella primavera, Onorio II, ricco di tesori molti e forte di truppa sì italiana che tedesca, si avvia alla volta di Roma e si accampa a Sutri. Poi, udendo che anche Alessandro faceva preparativi di guerra, leva il campo, ed al 14 aprile si presenta alle porte della città.
Quasi tutto il popolo romano ed i nobili caldeggiavano per Onorio. Alessandro andò ad attaccarlo nei di lui alloggiamenti. Alle falde del monte Oro, i due eserciti, capitanati dai due pontefici, vennero alle prese ferocemente, e quei d'Alessandro, rotti dall'ostinata puntaglia dei nemici, sbaragliaronsi. Se non che, mentre questi godevano della vittoria, sorpresi dalla contessa Matilde e da Goffredo di Toscana con truppa fresca, sono investiti da tutti i lati, e travolti in fuga. Onorio II si ricovera a Parma; ed Alessandro, minacciato dai suoi nemici di Roma, recasi a Lucca. Enrico convoca allora due concili ne' quali Onorio non comparve; ed Alessandro ed Ildebrando seppero dire di tali umili e peritose ragioni, che Alessandro fu riconosciuto.
Questo pontefice si abbandonò interamente ad Ildebrando. E questi lavorò sempre di alacre attività onde dar vita al suo sistema, nell'opinione dei popoli radicarlo, metterlo in opera per fatti. E perciò si avventurò fino a citare l'imperatore Enrico a dar conto di sua condotta innanzi al tribunale di San Pietro. Infine nel 22 marzo 1073 Alessandro si muore.
Il tempo era giunto. Ildebrando aveva gittate le basi della sua politica, nell'età era maturo. Morto appena il pontefice, col darne novella al popolo, intima digiuno di tre dì e preci pubbliche onde invocare lo Spirito Santo. Spirati i tre giorni, cardinali, prelati e clero processionalmente si recano al Vaticano, dove il popolo si ragunava già pei funerali del papa. D'improvviso, alquanti amici di lui, nel religioso silenzio della turba, gridano: Ildebrando è l'eletto di s. Pietro, il designato vicario di Cristo! E salito al pergamo il cardinale Ugo Candido, allora suo amicissimo, ne spippola lussureggiante panegirico. Il popolo risponde ad eco ai partigiani d'Ildebrando. Immediatamente gli addossano la porpora, gli porgono fra gl'inni e gl'incensi il camauro, e nella chiesa di San Pietro celebrano i riti dell'esaltazione. Compiuta la cerimonia, i sacri araldi gridano:
—I diaconi, i vescovi ed i cardinali elessero l'arcidiacono Ildebrando in pontefice, gl'imposero nome di Gregorio VII, e vogliono ch'egli sia supremo signore di Roma, padre e giudice della cristianità. Collaudate, o Romani, l'elezione dei cardinali? »
Il popolo grida: Collaudiamo!
I vescovi di Lombardia e di Lamagna, che per le simonie, i baratti, il concubinato e le sregolatezze d'ogni maniera contro i sacri canoni, avevano a temere del carattere rigido ed inesorabile d'Ildebrando, si recano allora all'imperatore Enrico e lo supplicano che annullasse un'elezione fatta in onta dei diritti imperiali e delle costituzioni, e che non patisse l'insolenza dei Romani, i quali si volevano sottrarre al suo padronato. Enrico, anch'esso irritato, manda infatti a Roma Eberardo di Nellenburg, perchè interrogasse il popolo ed i cardinali dell'insubordinazione ai dritti dell'Impero, e, rilevata l'irregolarità dei comizi, scacciasse Gregorio, ed eleggesse altro pontefice. Giunto a Roma Eberardo, Ildebrando raccoglie il clero ed i deputati del popolo. E dinanzi a quelli per tal modo s'infinge e si scusa, che sue rispettose parole da Eberardo riportate all'imperatore, Enrico, che cuore generoso e pieghevole aveva, si chiama soddisfatto della sommessione di Ildebrando, ed ordina al vescovo di Vercelli, cancelliero dell'Impero in Italia, che celebrasse la cerimonia dell'esaltazione. Per lo che nel 1074, il dì della Purificazione, Ildebrando è prima ordinato sacerdote, indi eletto pontefice.
Una sera, dopo aver Gregorio passata la giornata a spiccar legati per tutto l'orbe cristiano, a scrivere di quelle sue lettere piene di semplicità e di schiettezza le quali fanno mirabilmente a calci con la sua storia violenta, appoggiato ad un verone del palazzo Laterano contemplava il cielo, pel quale si andavano sfioccando bianche nuvole come falde di neve. Egli, infermo da tre settimane, non aveva potuto intendere ad affari, nè i suoi amici avevano permesso che alcuno gli si avvicinasse onde non intristirlo con isconfortevoli novelle. Ora, compiutamente riavutosi, ripigliava le redini dell'universo, e ad ascoltarne i casi e le vicende si apprestava. Un camerario gli annunzia il cardinale Ugo Candido, legato nelle Spagne, che, reduce, cercava rendergli conto della missione.
Ildebrando fa cenno della testa che entrasse, ed in piedi come stava, le braccia incrociate sul petto, l'accoglie. Il cardinale entra, e dice: