—Ser papa, uditemi. Io non sono per alcun modo vassallo della Chiesa, che per me nulla ha fatto nè ha saputo fare finora. M'incaricai delle vostre commissioni per cortesia, e le compii con quella solerzia che meglio mi convenne. In ordine al ronzino poi, come vi piace addimandarlo, gli è bene che vostra beatitudine sappia, io averlo caro più della persona mia stessa. È il solo fedele che io mi abbia. Mi son trovato in mezzo alle zuffe accerchiato da densa selva di aste, minacciato da cento nemici; e non ho veduto papa Gregorio aprirmi il varco periglioso, ma il mio cavallo. Mi son trovato fra gli aguati dei miei persecutori, inseguito come belva, messo a segno di cento arcadori, in un nuvolo di giavellotti e di chiaverine; e non è stato papa Gregorio che dall'insidie e dalla morte mi ha campato, ma la velocità del mio cavallo. Ho dovuto arrampicarmi per greppi dirupati, sospeso fra il cielo e l'abisso, senza segno di calle, dove il camoscio non si sarebbe avventurato; ho dovuto valicare lagune melmose affondando fino alla gola; ho dovuto guadar fiumi terribili; e non ho trovato papa Gregorio che il pericolo e la fatica mi temperasse, ma questo fedel mio cavallo. Per qual titolo dunque papa Gregorio pretendeva da me che io avessi abbandonato il compagno che Iddio ha messo alla deserta mia vita per obbedir lui, che finora non mi ha data neppure una parola di conforto o di speranza?
—Tu non hai fede, cavaliere, sclama Gregorio con gravità, non volendo rispondere per le rime e romper con Baccelardo per allora; e dove manca la fede, l'interesse mondano precede a tutte le considerazioni di anima e di Dio. I tempi non sono ancora maturi, la Chiesa milita ancora. Ma i dì della grazia son prossimi, ed allora vedrai se papa Gregorio saprà darti più del conforto, più della speranza.
—Sì, santo padre, quel che mi avete dato pel servigio che vi resi a Montecassino, insultando il neghittoso papa Alessandro! I tempi che sperate però mi sembrano ancora lontani, se vero è pure ciò che ho udito della sorte dei vostri legati.
—Della sorte dei nostri legati! grida Gregorio stupefatto. E che sarebbe loro avvenuto di sinistro, cavaliere? Parlate su, dite chiaro, e dite presto quel che sapete. Il vostro narrare lento e misterioso ci stucca.
—Ne apprenderete fra breve anche troppo, signore. Essi si presentarono al re, nel momento ch'e' finiva di umiliare i Sassoni. Enrico aveva sentore del vostro parteggiare per costoro e delle prevaricazioni che i vostri legati andavan spargendo pel campo, onde subitamente levarli a rumore. A rompervi le vie, diede sul fatto libertà ad Ottone di Nordheim e lo constituì vicario imperiale di Sassonia. Poscia, dopo discussi gli altri affari dell'impero, fe' comparire i legati. Io non saprei dirvi qual corruccio destasse fra quei numerosi principi il canone che li spoglia del dritto d'investir feudi agli ecclesiastici, e di riscuotere i livelli annessi ad essi, nè quanto maggiore fosse lo sdegno al divieto delle mogli ai sacerdoti. Per poco quella adunanza di gente nobile ed assennata non iscoppiò in tumulti. Si rise però quando udissi della scomunica fulminata contro l'arcivescovo di Brema, contro quel di Strasburgo, contro i vescovi di Bamberga e di Spira, ed altri uffiziali della corte e primati dell'impero, se pel mese di giugno non si fossero presentati in abito di penitenti alla soglia del Vaticano onde essere giudicati da voi.
—Si rise! sclama Gregorio ghignando. E poi? Ed i legati?
—Oh! quanto ai legati essi non si scomposero nè per ire nè per beffe. Chè anzi allora presentarono la vostra lettera ad Enrico. Questi, borioso per aver domata Sassonia, la lesse, e ad alta voce alcuni pezzi ne recitò, tra i cachinni dell'assemblea.
—E non sapreste per avventura, bel cavaliere, quali fossero codesti pezzi?
—Se ne parla per tutta Germania, santo padre, e maraviglia ognuno di vostra temerità. Quell'indirizzo per esempio: Al re Enrico salute ed apostolica benedizione, se alla sede apostolica presterà l'obbedienza dovutale da chiunque è cristiano: quell'imporgli di sfrattare dalla reggia gli scomunicati da voi, ed impetrare con idonea penitenza il perdono; quel rimproverargli che da nemico, da ribelle, da traditore, col più insolente disprezzo oppugna la sempiterna autorità della Chiesa—testimoni i vescovadi di Firmano, di Ravenna, di Spoleto e di Milano conferiti a sue creature, quasi che le chiese fossero ad arbitrio di un laico, e date a governare ai re: quel consigliarlo a non mormorare dei vostri decreti e recarsi volentieroso come giumento a fare ciò che voi ordinavate: quel comandargli che non solo egli ma tutti i re della terra con riverenza profonda debbano osservare i vostri decreti: quel mettergli perentorio in fine, perchè senza lungamento di tempo ritornasse alle loro sedi gli ecclesiastici sassoni esuli o imprigionati che fossero, restituisse le chiese ed i beneficii usurpati, si sottomettessero tutti ai canoni di un concilio presieduto da voi, se pure, contumaci al vostro decreto, dalla spada di s. Pietro non volessero essere sterminati dal grembo della Chiesa. (Ep., III, 10).
—Basta, comprendo, l'interruppe Gregorio, E poi?