Finalmente, assiderato, si tolse di quella posizione immobile, e conciossiachè passeggiasse sulla neve, cominciò a muoversi per bandire il freddo.

Intanto erano passate parecchie ore ed alcuno non si vedeva. I piedi arrossiti gli dolevano: il volto egualmente, ma più rosso di sdegno che di freddo; imperciocchè il sangue, a ventisei anni, rigoglioso gli bolliva per le vene. Suonò mezzogiorno; suonò vespero: nè alcuno da parte di Gregorio comparve. Enrico era digiuno. La neve, il vento gli percotevano il viso. Non udiva voce fuori di quella lugubre salmodia e di quella della natura crucciata. Ma egli non sentiva più fame, non sentiva più freddo, dell'ira dell'uragano non temeva; perocchè uno, ancora più terribile e fosco, imperversava nel suo cuore. Quelli della sua corte non ardivano presentarsi a lui onde non mortificarlo peggio nella sua umiliazione. Ma il loro cuore dava sangue, anche più concitato di quello del re. Infine suona compieta. Allora Baccelardo, non resistendo oltre, entra nel secondo girone, e recando ad Enrico i panni e gli usatti:

—Sire, dice, ho qui un'azza: comandate che quella porta vada a terra, e vi do parola di cavaliere che, ferrata com'essa è, ci andrà.

—E vada, sclama Enrico furibondo, ritirandosi.

Baccelardo, in men che si dice, comincia a scaricare sull'uscio tal tempesta di colpi, che la postierla principiava a sgangherarsi e ben presto gli avrebbe aperto il varco, se non si fosse affacciato tra i merli delle mura il vescovo Giovanni di Porto ed avesse detto:

—Ser cavaliere, a nome della contessa Matilde e del pontefice Gregorio v'intimo desistere dall'opera pazza, e di allontanarvi, se non vi torna più grato di esser salutato da qualche centinaio di frecce.

Baccelardo sospende i colpi e sta ad udire il parlamentario; e come questi ebbe finito:

—Cane di un vescovo, grida, tu sei un poltrone come il tuo padrone, e tutti agite da poltroni malcreati. La mia risposta intanto è questa; e così potessi darne una somigliante anche al figlio del falegname di Soano.

E sì dicendo, scagliava l'azza contro il vescovo, che ne avrebbe avuto certo spaccato il cranio, se sollecito non si tirava indietro. Egli allora tolse la balestra di mano ad un soldato per rimandargli il saluto; ma Baccelardo era scomparso dietro la rampa delle seconde mura, e unitamente al re ed al resto della corte tornava al romitaggio di San Nicolao.

L'imperatore non tolse cibo che pochissimo e la notte non dormì.