Tra duri monti alpestri
Ove di corso umano
Nessun vestigio si vedeva impresso,
Per sentier più silvestri
Giva correndo invano.

Chiabrera.

Tre mesi l'imperadore Enrico passò a Spira domestica e ritirata vita, confortato dalle amorevolezze della tenera Berta e dalle blandizie del suo figliuolo. E veramente di queste cure affettuose aveva bisogno per addolcire fino ad un certo segno le acerbità del suo cuore! Non che egli si fosse querelato troppo del pontefice, il quale, alzata bandiera contro di lui, così severamente l'aveva osteggiato. Erano corse presso a poco eguali rappresaglie fra loro; Gregorio, primeggiando la gerarchia ecclesiastica, era anch'esso sovrano e potente. Dolevasi della femminea mutabilità dei suoi vassalli, dell'ingratitudine dei principi che aveva stracarichi di ricchezze, di feudi, e di prove d'amicizia—e segnatamente di quel duca Rodolfo di Svevia a lui cognato e come primo sposo di sua sorella Matilde e come marito in seconde nozze di Adelaide sorella della regina Berta. Questi non aveva saputo resistere all'ambizione di scavalcare dal soglio Enrico, cedendo alle tentazioni lusinghiere di Gregorio, che a quella corona lo confortava aspirare. Si era perciò messo alla testa dei ribelli e non cessava dal muovere le torme contro lo sfortunato re, il quale al suo popolo additato come malvagio dai principi, come empio dagli ecclesiastici di Gregorio, non vedeva speranza di potere un giorno ristaurare l'onore. Intanto la dieta di Augusta approssimava. Quanto avesse a mettervi fiducia Enrico comprendeva assai bene. Ai suoi partigiani, perchè gente scomunicata, inibivano assistervi; accusatori e giudici sedevano i suoi nemici; ed egli, re decaduto, doveva sottomettersi alla censura, al giudizio dei suoi vassalli. Questo amaro pensiero lo decise. Calcolò essere minore umiliazione per lui di piegarsi al papa, regolatore dei cristiani, e subire penitenza canonica, quasi ad iscompito delle sue peccata, anzi che trascinarsi avanti a' suoi sudditi come reo di sovversione dell'impero e d'incapacità di governo. Per lo che, onde prevenire la mossa di Gregorio in Germania dove non avrebbe mancato ribadire più salda alleanza coi ribelli, risolse discendere in Italia, e con lui rappattumarsi. Imperciocchè, una volta aggiustato col pontefice e liberato dagli anatemi, i paurosi dei fulmini di Roma gli si sarebbero novellamente accostati; coloro che aveva dovuti allontanare da sè, per stare ai patti della dieta di Tribur, avrebbe richiamati; gli Italiani, che tanta speranza in lui mettevano, lo avrebbero secondato; ed e' si sarebbe levato incontanente a capo di poderoso esercito onde ridurre i rivoltosi. Stabilì quindi la partita per Italia ed all'opera si accinse.

Non soldati, non cortigiani, non servi teneva al castello di Spira. Con lui non trovavansi che la moglie, il figliuolo, ed un uomo, il quale, mentre tutti da lui dipartivansi, aveva instato con lui dimorare e servirlo, Baccelardo.

Questo disgraziato, fastidito della durezza del pontefice, a lui tornato alquanto in uggia pel caldeggiare a favore del re, nè più sperando soccorsi al ricupero degli Stati paterni, aveva bravato la scomunica, e la sua sorte di diseredato e ramingo avea accomunata e con quella del re abbandonato. Ed Enrico lo aveva accolto tanto più volentieri che gli capitava fedele nella mala fortuna, ed era il solo che non temeva di obbedirgli. Pochi giorni innanzi Natale quindi si fermò la partenza.

Non eravi nello scrigno tanto di quattrini da potere tentare il viaggio. Bisognò rivolgersi agli antichi favoriti da lui arricchiti e colmi di grazie. Ma di questi, chi si disse squattrinato affatto, chi dichiarò non voler saperne dello scomunicato, chi rimandò il postulante Baccelardo altresì con più brutali risposte. Il solo Ulrico di Cosheim, non ricco, somministrò quanto potè. Laonde si videro ridotti a vendere alcune poche gioie dell'imperatrice, ed impegnare la corona imperiale in mano ai Caorsini. Nè Enrico si lamentò di questa novella prova d'ingratitudine dei suoi cortigiani. Oramai e' si era rassegnato ad ogni contumelia, contentandosi scriversela nel cuore e rammentarsela tutti i dì.

Si posero in cammino. Non avevano che tre cavalli solamente, quello del re, che cavalcava la regina Berta col figliuolo Corrado in groppa, quello di Baccelardo, che portava Enrico, ed un mal ronzino per Baccelardo. Rodolfo, Bertoldo e Guelfo avevano occupate le chiuse e tenevano il passo delle Alpi svizzere, carniche e friulane. Si prese la volta della Borgogna, dilungando la strada, e si trovarono a celebrare il Natale a Besanzone, ove il conte Guglielmo, zio di Agnese madre del re, li ristorò di ogni fatica e di ogni miseria, e meglio li fornì di oro, servi e cavalcature. Riconfortati così ripresero il viaggio.

Costeggiarono la catena del Jura avviluppata già nel suo mantello di neve. Riposarono lo sguardo sul lago Lemano, le cui azzurre acque lievemente increspate dal vento, scintillavano come topazi percossi dal sole, ad onta del verno dardeggiante nel cielo turchino. Contemplarono quei gioghi di monti, le cui canute creste l'une sull'altre elevansi come i gradini di un anfiteatro, per fare in fine torreggiare la testa superba del monte Bianco, il re di quel popolo di montagne, perduta nell'azzurro dei cieli. Giunsero in fine a Vevey, borgata resa celebre poi da Rousseau, alla cui porta, sotto un baldacchino, trovarono la marchesana Adelaide madre di Berta che rendeva giustizia.

Teneri furono gli amplessi della madre e della figliuola, solennemente cortesi le accoglienze al re. Questa signora governava a nome del figlio suo Amadeo, capostipite della casa di Savoia, grande estensione di paese, e guardava il passaggio delle Alpi Cozie e delle Alpi Craie. Enrico le si volse per dimandarle sussidi di truppe e di scorte a calare in Italia. Ma colei, che ambiva vantaggiare gli Stati del figliuolo, glieli negò, sotto pretesto di non voler querele col papa. Il re dovette venire ad accordi. Caldo fu il discutere, perocchè Adelaide pretendeva cinque vescovadi con tutte le terre dipendenti ed i dritti, ed Enrico voleva solamente donarla di una parte della Borgogna imperiale. Però, angustiato dal tempo e dalle circostanze, Enrico investì Amadeo del vescovado di Litten, vale a dire di un buon quarto della Svizzera, e con questo pedaggio ottenne permesso di sormontare le Alpi. Appena segnati gli accordi la marchesana ripassò in Italia.

I montanari non ricordavano inverno più aspro. Le nevi cadute in settembre ghiacciavano, e sovra quelle, novelli strati più spessi cadevano tutto dì. Sia quindi pel periglio dei cammini, nullamente praticati, sia che gli alpigiani schivassero contrattare con gente scomunicata, per non incorrere anch'e' negli anatemi, difficilissimo tornava procacciarsi guide, anche a peso d'oro. Così che fu mestieri mutar di nome, darsi per tutt'altro di ciò che erano, e, per tal fatta mascherati, di villaggio in villaggio, penosamente trascinarsi fino a Lanslebourg, ai piedi del monte Cenisio.