—Ma! Il principe di Capua, Giordano, fa lo gnorri: il conte Ruggiero pettina i Saraceni di Sicilia: Roberto Guiscardo bada ai suoi malanni domestici in Grecia: e perchè i Tedeschi non gli avessero a far trovare occupato il proprio focolaio, come nell'anno passato, ha novellamente mandato qui a patteggiare alleanza col re quel capestro del vescovo di Bovino, e quel bravo figliuolo di Boemondo.

—Boemondo è dunque in Roma, messere? grida la donna in un tremito di gioia.

—Almeno vi era, madonna, il dì della coronazione—salvo poi non sia tornato di bel nuovo da suo padre.

—Ah! messer Oddo, sclama Alberada cadendogli ai piedi, che Iddio vi consoli di tutte le gioie, che la pace degli angioli vi renda serena la morte, ed il compenso del paradiso...! Messer Oddo, ve ne supplico con la faccia per terra, fate che io veda questo giovane, fate che abbracci mio figlio.

Il castellano si stringe nelle spalle e gratta il capo, poi dice:

—Uhm! uhm! Ciò è più facile a domandare ed a promettere che a tenere. Ad ogni modo, vi prometto, madonna, che se Boemondo si trova ancora in Roma voi lo vedrete, e dovessi precipitarmi dall'alto delle torri per uscire dal castello. Ora venite meco. Dovete aver fame, povera figliuola! perchè ieri ancor voi siete stata digiuna. Già non avrò che darvi neppure lassù. Ma una determinazione bisogna bene che papa Gregorio la prenda, non fosse che a cavarsela con una burla o con un miracolo. Vedremo: questo stato di cose non può durar lungamente.

—Non badate a me, messer Oddo. Che mi giovano alcuni giorni di vita di più? Curate la vostra persona, curate gli anni vostri, che spendete a bene degl'infelici.

—Andiamo, andiamo, madonna. Ve l'ho già detto le mille volte che io non voglio di codesti vezzi che mi farebbero saltare in boria, se io avessi conosciuta mai questa bestial passione. Gran chè che io faccia un tantino di bene a creature buone come voi, quando lo possa. Ma come si fa a strapazzarle, io dimando? Che cosa è? Sento un suono quasi di campane; sarà mezzo dì. Andiamo, figliuola mia, non facciamo noi aspettare mastro Gregorio che per nulla salta in bestia come una cavalla viziata.

E sì dicendo dava il braccio ad Alberada che lo seguiva a passo mal fermo, e si trovavano nella corte, al punto stesso che il capitano della guarnigione si metteva alla testa dei suoi. Gano spuntava da una parte con gli altri cinque prigionieri, e Gregorio da un'altra, con le braccia conserte sul petto, sereno nel viso, sodo nell'andare.

Egli si trasse avanti le linee dei soldati, e dopo alquanto di silenzio, durante il quale quella gente rozza e niente affatto doppia pendeva dal tranquillo suo volto, come da quello di un santo da cui si aspetta miracolo, parlò: