Il capitano gli fece fare un mezzo giro e se lo menò d'incontro. Lo considerò un istante senza parlare, come se lo giudicasse mentalmente, poi piegò il ginocchio sinistro a terra, pose sull'altro ginocchio piegato ad angolo retto il braccio del giovanetto, l'innalzò, l'abbassò con forza sulla rotella. Il braccio del disgraziato era rotto in due come un ramo di legno morto! Il monello gittò un grido e cadde svenuto. Il militare si rialzò tranquillamente, scosse la polvere del suo calzone, guardò con aria soddisfatta le persone che gli avevan fatto capannello attorno, portò la mano allo shakò, salutò tutti e si allontanò in pace. Il popolo si disperse, il cuore stretto, e mutolo. Uno sbirro, che aveva tutto visto come gli altri spettatori, raccolse il fanciullo, lo trasportò alla prefettura di polizia, ove il commissario gli fece infliggere venticinque colpi di frusta, in seguito di che l'infermo fu mandato all'ospedale.

Gabriele, anch'egli, aveva tutto visto, anche i colpi di verga. Egli fece giuramento di non mai più rubare, di guisa che un frate mendicante lo corresse dal vizio della mendicità, un mercenario gli apprese il rispetto della proprietà: due violenze gli indicarono due doveri.

Gabriele aveva sedici anni.

Quando si è lazzarone, e non si ruba e non si mendica, non si ha altra risorsa che il lavoro. Ora, che può fare un lazzarone?

Si è scritto, e lo si ripete ogni dì, che tra il lazzarone ed il lavoro vi è incompatibilità e ripulsione naturale. Ciò non è esatto. Tra il lavoro del lazzarone ed il lazzarone non vi è equilibrio di salario, e per conseguenza il secondo è disgustato del primo. Ciò è molto, ma ciò non è ancora tutto.

Per compiere un lavoro qualunque, occorre che la natura e la società si diano la mano. La natura aveva tutto fatto pel lazzarone. Il lazzarone era forte, intelligente, sobrio, paziente, sopportava tutto, era abile, proprio a tutto, capace di tutto, anche di essere onesto! Col lazzarone non si aveva neppur bisogno di parlare: un segno, un muover d'occhio, ed egli aveva capito. La natura era stata larga per quest'organizzazione primitiva. Ma la società? Madrigna!

Non scuole, non conservatorii, non istruzione, non associazioni, non opifizi, non maestri, non assistenza, non asili d'infanzia, nè casse di risparmio, non istrumento di lavoro, non istruzione professionale…. nulla, nulla per rilevare l'uomo sopra il livello del produttore della forza bruta, la macchina. La società incivilita gli aveva venduto una gerla, ed ecco tutto.

Ora, questa gerla—la sporta—era tutto un mondo pel lazzarone.

Aveva bisogno di portare un fardello? la gerla gli serviva di carrettello. Pioveva? la gerla gli serviva di paracqua. Aveva sonno? la gerla gli teneva luogo di origliere. Voleva sedere come un sibarita? e' si faceva una poltrona della gerla. Vi si coricava dentro, vi dormiva sopra, vi si nascondeva dietro per procurarsi dell'ombra…. L'uomo e la gerla si completavano, s'identificavano talvolta; erano inseparabili.

Vi sono degli uomini, le cui funzioni sociali sono limitate a produrre la ventesimasesta parte di una spilla, od a girare una ruota per tutta la loro vita, e finiscono per diventar bruti. Perchè quest'altro bruto, il lazzarone, che era aggiogato per tutta la sua vita ad un fardello ch'egli doveva portare sulla testa o sulle spalle, perchè diveniva esso filosofo? Imperciocchè, se il lazzarone non sapeva leggere, e' pensava; quando lo si credeva addormentato, meditava; quando lo si credeva indifferente, sentiva. Del resto è presso a poco la legge generale di tutti gli schiavi e di tutti i servi; essi non fanno che recitare la parte dello stolido. Ecco perchè il lazzarone ragionava poco, parlava per imagini, almanaccava molto. La folle du logis era sempre all'erta in quel cervello ben costruito e mal intonacato.