Gabriele ascoltava dunque il racconto della lotta di Argante e Tancredi. Il vecchio cantava un poco, ma in generale declamava i versi del Tasso in maniera vivissima e pittoresca, animandosi col gesto, modulando le inflessioni della voce onde far delibare la melodia di quella seducente poesia. Gli spettatori seguivano le peripezie del poema con passione intensa.

Quando la lettura fu terminata, Gabriele mise nella mano del vecchio tutto il suo guadagno della giornata. Egli non aveva sentito il bisogno di mangiare; era stato assorbito in un'idea tutto il dì. Di là, se ne andò a cercare uno dei suoi amici e gli disse:

—Filippo ed io, non possiamo più vivere nella stessa città. Bisogna ch'egli mi uccida o ch'io l'uccida. Va da lui. Egli si batterà meco, o lo assassino. Io non vorrei pertanto assassinarlo! Gli dò la scelta: le pietre, ovvero il coltello.

—Io accetto le une e l'altro, rispose Filippo all'amico di Gabriele.
Quando? dove ci batteremo noi?

—Domani, alle otto, dal lato di Porta Nolana.

—Sta bene. Quante pietre?

—Dodici, se tu vuoi. E poi il mollettone (coltello a molle ferma).

—Accetto. Io porterò i coltelli, voi le pietre. A domani.

—Grazie.

Vi era a quell'epoca un prete famoso chiamato don Placido Baker. Costui trafficava in grande l'articolo miracolo. Egli passava le sue notti a tu per tu con la Vergine o con qualche altro santo del Paradiso in viaggio pel nostro pianeta. Quei celesti touristes s'intrattenevano col prete di ogni sorta di bisogna, delle molestie di casa del detto D. Placido o delle virtù domestiche della regina Teresa. Poscia, accomiatandosi, gli davano il permesso di rivelare i secreti della conversazione,—di dir perfino che quel giorno il signor S. Pietro aveva la barba mal pettinata, e messer S. Luigi, il gesuita che non aveva mai guardato in viso sua madre, la marchesa di S. Gonzaga, aveva fatto l'occhiolino a Santa Filomena.