—Che intendete voi dire?

—Mi spiego. Il P. Piombini è stato ferito dalla bellezza di vostra sorella. Non è la prima volta d'altronde che quel R. P. si permette di codeste bazzecole. Egli ha fatto brillare innanzi agli occhi vostri non so quali vantaggi che vi han dato le traveggole; e voi non avete visto così vostra sorella evadersi dal focolare domestico. Ecco tutto.

—La vostra supposizione è talmente bassa ed insultante che io non degno rispondervi.

—E fate bene, perchè io non vi crederei. Anzi soggiungo, per essere più chiaro, che io non sono il vostro merlotto, e che non riceverò l'affronto con indifferenza. Voi avete pensato che il P. Piombini era più potente. Vi siete ingannato. Voi non conoscete chi ho dietro a me che s'interessa al mio matrimonio. Voi avete offeso dei personaggi che possono polverizzarvi con un aggrottar di sopracciglio.

—Voi convenite dunque…

—Di che? che io amo vostra sorella e che io ho dei protettori? Ebbene, e poi? Se voi avete lo spirito sì mal temprato per non comprendere il paese, i tempi, la società in mezzo alla quale vivete, che posso io farvi? Voi avete vissuto della morale dei libri, che rende gli uomini stupidi, e non della morale del mondo che li rende felici. Avrei voluto aprirvi gli occhi mediante l'unzione episcopale che vi preparavo. Voi mi respingete e spezzate i miei piani. Vedremo se sarete stato saggio preferendo l'appoggio della Compagnia di Gesù a quello della Corte. Tali offese non restano mica impunite, signor abate.

—Voi mi fate benedire la sorte, signore, che mi ha sottratto ad una grande tristezza e ad una grande vergogna. Perocchè io scorgo adesso con quali intenzioni voi sposavate mia sorella. Io non sono predicatore di morale, perchè, ahimè! la mia non è senza rimproveri. Io ho avuto, ho tuttavia una grande ambizione. Non rinculerei innanzi ad alcun prezzo per soddisfarla, se quel prezzo si cifrasse per centinaia e migliaia di ducati. Il prezzo dell'onore, come lo pagarono Abramo ed Isacco, mi fa orrore. Nè la mia anima, nè la mia carne non sono da vendere, signore; e se voi avete bisogno di ciò, portate altrove i vostri sguardi. Le vostre minaccie non mi scuotono più che le vostre promesse. La luce, un momento offuscata nel mio spirito, ha ripreso il suo splendore.

—Voi mi sfidate dunque, adesso? Voi vi sentite dunque così bene coperto dai vostri protettori?

—Disingannatevi, signore. Io non ho alcun protettore e non ne desidero alcuno, al prezzo cui voi supponete. Ve lo ripeto: io ignoro dove mia sorella si trovi. Ma lo sapessi pure, lungi dal consegnarvela, la coprirei del mio petto e del mio braccio. Io vi diceva or ora che io non poteva accordarvi ciò che io non possedevo più. Vi dico ora, che ve la rifiuto in modo reciso. Traffichiamo di altro che di cuori innocenti e di corpi puri, signore. Capite? Voi mi avete domandato una somma di sei mila ducati per investirmi di una diocesi. Questa somma sarà pronta fra qualche settimane; ma essa è il salario del mio lavoro, non del mio onore. Non posso dirvene altro. Non siate dunque severo. Reprimete la vostra collera senza ragione. Io non giudico i vostri principii; ma rinunziate a farmeli dividere o ad impormeli. Noi abbiamo tutti un idolo nel cuore; il vostro è d'oro, il mio è d'amore.

—Sta bene. Ringuainate codeste frasi risuonanti, io ne ho lo spaccio privilegiato. Vi accordo otto giorni per riflettere, se n'è tempo ancora. Vi hanno ingannato sull'onnipotenza dei gesuiti. Non vi sono a Napoli che due uomini potenti, più potenti che lo stesso re: monsignor Cocle ed il marchese di Sora. Il primo domina il re per la coscienza; l'altro lo tiene per la paura. Questi due personaggi sono miei amici. Essi saranno i vostri protettori quando lo vorrete. Non aggiungo altro. Voi non siete più un fanciullo. In questo paese nulla si dona; tutto si vende—anche il diritto di vivere. Di quale moneta pagate voi il vostro? Tutta la quistione è là. Riflettete.