—Quando don Lelio Franco vi pose in condizione di dare dei buoni consigli ai suoi agenti, voi preferiste rifiutare l'impiego anzi che rischiarar quella gente sulle buone intenzioni del governo.

—Come io so ch'egli è sempre pericoloso parlar di politica e di governo; come non ignoro che la massima di Stato del nostro paese è: de Deo pauca, de rege nihil; come per questa stessa circostanza io scorgo quanto sia facile snaturare i propositi che si tengono, io dissi a quel messer Franco lì, che io voleva andare da lui come contabile e non come institutore, e che, se egli desiderava un impiegato, il quale cumulasse le funzioni di tenere i libri e di propagare le sue novelle, se ne trovasse un altro, perchè io mi reputava incapace di contentarlo.

—Insomma voi negate tutto?

—Io non nego. Io provo la non esistenza delle accuse stesse.

—Tuttavia voi non oserete dire che non conoscete le persone, le quali bazzicano la palazzina di lady Keith.

—Chi è codesta lady Keith, adesso?

—Ve la richiameremo alla memoria.

Il commissario si volse verso uno degli uomini che attendevano nel fondo della sala e gli disse:

—Il torchio.

Il più sdolcinato del gruppo atroce degli sbirri staccò dal muro uno strumento formato di due branche riunite da una chiavarda a vite, terminate alle estremità da due rotelle di ferro come due pezzi da cinque franchi. Quelle due estremità si applicavano alle tempie, e le due branche attaccate alla chiavarda cingevano la fronte. Una chiave stringeva la vite, la quale, rinserrandosi, comprimeva le tempie.