Otto giorni dopo Don Diego fu ricondotto innanzi al commissario. Alle interrogazioni che il signor Gravelli gl'indirizzò l'ex-prete rispose sempre per la negativa.
—Voi volete dunque che io reiteri i mezzi di severità? disse il commissario.
—Codesto non è certo il mio desiderio, rispose Don Diego. Voi potete finirmi, ma io non mentirò, nè posso convenire su di quello di cui mi accusate.
—Andiamo, sclamò il commissario, gettando un sospiro: il dondolo.
Gli sbirri attaccarono una tavola alle corde che pendevano dal soffitto. Poi legarono Don Diego sulla tavola, di guisa che i piedi e la testa avanzassero alle due estremità, e misero in moto l'altalena. La lunghezza della corda permetteva che il dondolo toccasse nel suo doppio movimento le due pareti di rincontro; di modo che Don Diego nel suo volo aereo, urtava volta a volta ora della testa ed ora dei piedi ai due muri opposti. I picchi furono orribili. Ben presto, il cranio, interiormente scosso, si lacerò di fuori ed il sangue fluì; i piedi scricchiolarono nelle loro giunture e fecero scricchiolar le ginocchia. Gli urti cominciarono per strappare degli urli terribili al paziente. Poi il silenzio sopravvenne. Dopo che egli ebbe battuto così quattro o cinque volte alternativamente delle due estremità, il medico intervenne.
—Se non volete fratturargli affatto le ossa delle gambe e della testa e dargli una congestione cerebrale mortale, bisogna cessare.
L'altalena si fermò. Il paziente era svenuto. Ci volle circa un'ora per richiamarlo alla vita.
—Persistete voi in nulla confessare? dimandò il commissario.
—Se io avessi qualche cosa a dire, non mi sarei lasciato assassinare così, mormorò Don Diego.
Il commissario fece un segno.