La marchesa aveva investito Bruto di tutta la sua sostanza per irrevocabile donazione ed era andata a pregare il re di conferirgli e riconoscergli il titolo di marchese di Tregle. Ciò fu fatto. Il nuovo marchese tornò a Napoli dopo la morte della sua protettrice. Il colonnello Colini e don Gabriele, che abitavano di già la casa del dottore, ebbero le loro camere nel palazzo del marchese ed il loro posto alla sua tavola, come l'avevano nel suo cuore¹.

¹ Vedere su questi personaggi due altri racconti dell'autore, o piuttosto due altri episodi di questo racconto, intitolati: Le notti degli Emigrati a Londra. Il Sorbetto della Regina.

Don Gabriele avrebbe potuto bellamente fare a meno di rappresentare le sue farse con i pupi nelle piazze di Napoli e nel teatro di donna Peppa. E' provò. Il primo giorno gli parve esser felice.

Passeggiò per le strade di Napoli, dopo un eccellente asciolvere, le mani dietro il dorso, un bastone accoccato ad un bottone del suo soprabito,—il brigante si era accordato un soprabito color zucca,—andando a zonzo deliziosamente, gettando degli epigrammi ai passanti, dando la baia ai cocchieri di carrozzelle, entrando nei caffè e facendosi servire fuoco, acqua, ed il Giornale ufficiale gratis.

Il secondo giorno ricominciò la storia, ma sbadigliò forte. Il terzo gli prese il ghiribizzo di andarsene in campagna, e trovò che il sole lo importunava, la polvere lo faceva starnutar molto, il canto delle cicale gli dava la nevralgia, il gorgheggiare degli uccelli era un'insipida invenzione del poeti.

Rientrò la sera stanco, malcontento.

Il quarto giorno si disse: ah! se dormissi? che cosa divina un letto comodo! Si coricò dopo la colazione. Le mosche lo tormentarono; le pulci lo irritarono; le zanzare gli dettero terribile rovello. L'incubo si mise della partita. E si disse: eh! e se mi ammogliassi? Come! animale bruto, all'età tua? Sì, rispose egli stesso. Bah! usciamo. Il mondo gli sembrò stolido. Sbadigliò. Cercò per un'ora nelle sue tasche il moccichino che un monello gli aveva portato via delicatamente. Andò allo spettacolo, ove cominciò per irritarsi contro il suggeritore e finì per addormentarsi. Il quinto giorno si sentì malato, fu di pessimo umore, dichiarò che non digeriva più…. Breve, otto giorni dopo il marchese di Tregle avendo pietà di questo artista rientrato in un borghese, gli disse:

—Don Gabriele, i napolitani vogliono lapidarmi perchè io ti ho portato via dalle strade della città cui riempivi di brio e di gaiezza. Va dunque a divertirli un paio d'ore al giorno.

Ciò fu la liberazione per don Gabriele. Il marchese lo tirava dal limbo come un tempo il Cristo ne aveva tirato il re Davide e compagnia. Don Gabriele credeva compromettere l'onore della casa di Tregle continuando a fare l'istrione. Guarì a vista. I napolitani lo rividero con gaudio far dare le batoste al frate dal marito geloso ed allo sbirro da Pulcinella. Don Gabriele però si dette un allievo, quando cominciò a rappresentare una parte politica. Ma quello allievo, ahimè! non aveva la divina scintilla dell'improvvisazione del maestro, i suoi tratti arguti e vivi, le sue risposte scintillanti. Don Gabriele se ne desolò dicendo:

—Mille miserie! l'arte morrà con me!