—Siamo due gendarmi e portiamo un dispaccio premuroso del ministro della polizia,—risposero di fuori.

Don Diego che aveva seguito la sua ganza, udendo la risposta, le fece segno di aprire e si ritirò nel salone.

Due gendarmi, infatti, presentarono a Concettella un grosso plico cui ella portò a Don Diego. Mentre Concettella si allontanava, uno dei gendarmi chiuse la porta e se ne cacciò in tasca la chiave. Poi entrambi entrarono nel salone.

Don Diego leggeva la lettera ministeriale.

Concettella usciva. I due gendarmi la respinsero nell'appartamento. Ella tremò. Sotto l'uniforme e i falsi mustacchi, ella aveva riconosciuto i due uomini. Don Diego stava assiso. Essi vennero a collocarsi l'uno a destra l'altro a stanca della sua seggiola.

—Io sono Filippo Rotunno, disse il gendarme di destra mettendo la sua mano sulla spalla del vescovo. Io amava quella donna che tu hai disonorata. Noi ti abbiamo giudicato: noi ti abbiamo condannato. Tu stai per morire.

—Io sono Gabriele Esposito, disse il gendarme di sinistra poggiando egualmente la sua mano sulla spalla di Don Diego. Io era fidanzato per tutta la vita a quella donna che tu hai corrotta e prostituita. Essi ti hanno giudicato: essi ti hanno condannato. Tu stai per morire.

Concettella cadde faccia a terra, gittò un grido e svenne. Don Diego comprese in un lampo che la sua sorte era decisa, ch'egli non aveva alcun mezzo, alcuna speranza di sfuggir loro. Gridare, provar di resistere, piegar quei carnefici, vincerli, lottare con loro… gli era insensato. E' non rispose nulla. Impallidì un poco e restò assiso.

—Hai nulla a dire in tua difesa, tu! dimandò Gabriele.

Don Diego si tacque.