Il domani, aprendo le finestre, si poteva credersi sulle sponde dell'Oceano. La nebbia copriva la pianura di Diano, ed il vento l'agitava come i flutti in tempesta. La notte però aveva nevicato.

I viaggiatori, nel secondo giorno, si mostrarono più comunicativi. Si avvicinavano ancora di una tappa alla meta delle loro speranze. Pochi alberi nella campagna. Sulle colline pietose qualche pianta malaticcia di olivo, lacera per vecchiezza.

La dama calabrese raccontò allora perchè si recasse in Napoli, perchè era vestita a lutto, perchè piangesse in silenzio e non schiudesse le labbra, perchè dei singhiozzi profondi la strangolassero anche quando i suoi occhi erano asciutti. La parola di questa povera madre gettò il terrore tra i viaggiatori. Lo stesso francescano si tacque e sporse la sua tabacchiera alla dama. Il capitano arrossì. Don Diego impallidì. Bambina avvinghiò le sue braccia attorno al collo della povera madre, l'abbracciò e pianse con lei.

Al ponte di Campestrino, il capitano, ad un tratto, chiuse di autorità gli sportelli della carrozza per la ragione seguente.

In questo sito, i briganti svaligiavano spessissimamente i viaggiatori. Il governo vi aveva fatto piantare delle palanche, e su queste si erano esposte le teste mozze dei briganti impiccati. Il capitano volle sottrarre alla vista della povera madre quelle teste di condannati. Ei si curò poco di orbare i viaggiatori dello spettacolo di quel ponte monumentale, uno dei più belli d'Europa, che congiunge due colline, anzi due montagne. L'architetto, secondo la leggenda, avendo domandato a re Nasone, che volle visitarlo stando a caccia a Persano, come trovasse l'opera sua, re Ferdinando rispose:

—Eccellente.

—Sire, ne sono incantato.

—Qualche cosa vi manca però, riprese quel re beffardo.

—Che cosa, sire?

—La tua testa.