«Uomo pericoloso, ateo, ex-carbonaro, mazziniano, capace di tutto, uno dei capi della Giovane Italia. Da sorvegliare, da comperare se può esser utile, da neutralizzare ad ogni costo. Sa cose che bisognerebbe strappargli; o ridurlo al silenzio con tutti i mezzi.»
Il ministro conservò per lui questa santa denunzia e dette qualche istruzione al Prefetto.
L'appartamento che il barone di Sanza aveva trovato al suo conterraneo, vico Canalone, all'estremità della strada di Forcella, dava sur uno sporco e scuro chiassuolo circoscritto dalle alte mura di due conventi e di una chiesa. Il fitto non era caro; ma non si poteva immaginar nulla di più lugubre di quell'alloggio.
Don Diego occupava il primo piano, il più a buon patto ed il meno ricercato degli altri cinque appartamenti di quella casa, a causa dell'aria e della luce di cui era completamente orbato. Non essendovi portinaio, la corte apparteneva, di giorno come di notte, ai lazzaroni, ai mendicanti, ai musici ambulanti, alle prostitute, agli animali perduti, ai fanciulli scostumati: era il salone del vizio e della miseria. Un materassaio vi veniva a battere il suo crine e cardar la sua lana, perchè gli accomodava così, non curandosi punto se il rumore e la polvere incomodassero gl'inquilini. Una cagnaccia vi veniva a trafficare del suo commercio di frittura all'olio, e tanto peggio se le esalazioni appestassero gli abitanti del luogo. Un ganascione vi veniva a tosare i suoi barboni, a castrare i gatti ed i porcelli. I cialtroni di tutto il quartiere vi davano la caccia ai loro insetti e vi medicavano le loro piaghe come a casa propria.
Del resto, don Gregorio, l'inquilino del sesto, esciva alle sei del mattino e rientrava a mezzanotte, lasciando almanaccar forte i suoi vicini sulla sua persona e sulle sue occupazioni. Al quinto, dimorava un prete di provincia che sorvegliava l'educazione dei suoi due nipoti e li nudriva del prodotto delle due o tre messe al dì ch'egli andava a rappresentare nei rioni i più opposti della città. Una monaca di casa stanziava al quarto, e questa religiosa a domicilio, giovane e bella, ma molto pia, riceveva il suo confessore,—un frate di Santa Maria la Nuova, da un'ora a sei del pomeriggio, e suo cugino, avendo paura dei ladri la notte, dalle nove della sera alle sei del mattino. Un impiegato alla lotteria abitava il terzo piano in compagnia di sua moglie, sei bambocci, qualche coniglio, molti polli e un cacatoes bianco che ripeteva tutta la giornata la famosa interiezione tanto usata dai romani, alla quale Benedetto XIV voleva annettere l'indulgenza plenaria, e cui io non oso scrivere. Il secondo piano era vuoto.
Eccetto Don Gregorio, tutti gl'inquilini fecero visita al nuovo venuto, quattro o cinque giorni dopo il loro arrivo, secondo l'uso napolitano di quei tempi. Otto giorni dopo, Don Diego restituì la visita, e si cessò di vedersi, limitandosi tutti a scambiare un saluto quando s'incontravano per le scale.
L'alloggio di Don Diego componevasi di due camere da letto, un salone, un gabinetto scuro ed una cucina, che serviva altresì di sala da pranzo. Le mura erano state tinte a terra gialla in colla forse vent'anni innanzi. Il suolo era a quadrelli; il soffitto a travi coperti di carta gialla a gigli turchini. Dei piccoli vetri anneriti dalla polvere oscuravano le finestre, ed i ragnateli tenevano luogo di cortine. Tutto ciò aveva l'aria sinistra e gocciolava la tristezza e la solitudine. Un romito vi poteva pregare; un malfattore scannare e fondere moneta falsa.
Al piccolo mobilio portato di provincia, Don Diego aggiunse alcune sedie, un vecchio canapè coperto di tela di crine e borrato di pietre, una tavola, un vecchio stipo, una mensola a mezza luna, verniciata nero, a marmo bianco smussato. Don Tiberio diede il consiglio di allogar su quella mensola i busti in gesso del re e della regina, e di appendere in qualche angolo del salone un gran Cristo, ch'e' gli somministrò. Bisognava mobigliar quella camera per ricevere la polizia ed i messi dell'arcivescovo di Napoli, e, per conseguenza, alla convenienza di costoro. Del resto, non seggioloni, non tende, non tappeti, non specchi, non orologi, non candelabri: in mezzo del salone, al posto della lumiera, una gabbia con un canarino che non cantava più.
Erano degli avanzi che ornavano una tomba!
Bambina si sentiva soffocata; Don Diego, rotto e schiacciato. Egli, l'ho detto, dava alla sua dimora la toiletta appropriata ad ammortire i sospetti della gente officiale che sarebbe venuta a snidarlo.