—Io vi ho lasciato in istato di grazia ieri sera, a dieci ore. Ma la notte, sire, il diavolo va intorno: i cattivi spiriti scaricano sopra di noi le loro emanazioni pestifere; nel sonno, l'anima non è in guardia; la carne regna; le tenebre maculano…. Vogliate, sire, prepararvi un istante. Infrattanto io riconcilio il mio vecchio penitente ch'è colà, e gli do l'assoluzione.
Il re, obbediente come un fanciullo, andò ad inginocchiarsi ad un inginocchiatoio in un angolo del salone, e Don Domenico Taffa s'inginocchiò ai piedi del vescovo.
—Ascolta, disse monsignor Cocle a voce bassa. Tu sei uno scellerato affezionato, ed io ti parlerò con tutta franchezza, come sempre, poichè tu conosci tutti gli affari miei. Intrattieni la speranza nel fratello e non lasciar cader la sorella fra le unghie del gesuita. Una bellezza di quel calibro è un agente potente cui non bisogna far cadere nelle mani dei nemici. Io rifletterò… ho a riflettere su tante cose.
—Ho paura che non ci prevengano.
—Ecco appunto ciò che bisogna evitare. Io non ti nascondo che sono diabolicamente stufo di Lusetta.
—Lo credo bene.
—Tu non dubiteresti mai che quella cialtrona m'abbia gittato l'altra sera un candeliere alla testa!
—Bah! una testa di vescovo è oliata! il liquido della lampada non vi fa macchia.
—Se il re non fosse lì, io ti darei del mio piede tu sai dove.
—Io riceverei con riconoscenza codesto segno d'amicizia di Vostra
Eccellenza Reverendissima.