È noto che lʼorso ha lʼudito durissimo. Ma, per una stranezza della natura, questo bruto, che non percepisce neppure il terribile muggito del tuono, il fragore delle valanghe ed il ruggito del mare in furore, resta estatico al gorgheggio di certi uccelletti.
Cesara poteva appena articolare qualche sillaba, accompagnandole sempre con un crescendo di tosse. Come poteva ella trovare una nota di canto nella sua gola? Nondimeno la nostra salvezza era a questo prezzo. Ella fece dunque sopra di sè uno di quegli sforzi della disperazione che divengono miracoli, e si mise a mormorare con voce lamentevole e sommessa questa dolce denka polacca:
«Mi mandarono in una foresta, in una piccola foresta, per cercarvi le coccolle selvagge e cogliervi i fiori della stagione; ma io non raccolsi le coccolle, non colsi i fiori. Mi riposai sulla collina solitaria, vicino alla tomba di mia madre, e piansi caldamente la sua perdita.
«—Chi piange per me lassù? chi passa sulla collina?
«—Son io, madre mia amorosa, io abbandonata in questo mondo, io orfana miserevole. Chi pettinerà oggimai le mie lunghe trecce? Chi laverà le mie guance? Chi mi dirà una parola carezzevole di amore?
«—Torna alla tua dimora, figliuola mia; là unʼaltra madre, più felice di me, ornerà la tua fronte coi tuoi capelli, spanderà lʼacqua sul tuo bel sembiante; là un giovane sposo ti sussurrerà delle tenere parole che calmeranno il tuo dolore».
Lʼeffetto di questo canto fu magico. Forse fu anche la potenza magnetica dello sguardo, di cui i Siberiani attestano lʼefficacia infallibile sullʼorso. Il fatto è, che il bruto cessò di dondolarsi, si avvicinò passo a passo, quasi strisciando, verso la cantatrice, e fregò il suo muso alle pellicce di Cesara.
Ciò si fece come in un lampo.
Metek passò al collo dellʼorso un collare delle nostre renne, lʼannodò alla slitta, caricò i due quarti di dietro delle nostre povere bestie sui pattini della predella, ove egli appoggiava i suoi piedi, e punse lʼorso, incitandolo a mettersi in cammino. Non era il momento di pensare al riposo, nè al pranzo, nè al freddo, nè a che che sia. Bisognava profittare dellʼammaliamento del difficile melomano. La malìa però non durò lungo tempo.
Lʼorso, sentendo il suo collare e la puntura dello zenzero, si rivolse con aria costernata e stupefatta verso Metek. Questi lo fissò con tutta la potenza dei suoi occhi vivi e grigi, e, scuotendo le redini e rinnovando il pungimento, emise un suono gutturale che risuonò nello spazio. Lʼorso fece qualche passo, saggiò il peso che aveva a tirare—non gravissimo per lui—si rese conto del suo destino, e fermossi. Per buona ventura, eʼ non pensò a rivoltarsi. Io lo teneva, del resto, sotto la mira del mio fucile. Fu questa vista che lo decise? Non so. Il fatto sta che dietro un novello invito di Metek, più urgente, più determinato—lo punse colla punta del suo coltello—lʼorso si rimise in cammino.