Io presi lo stradale, alla grazia di Dio, non conoscendo il paese, nè sapendo ove dirigermi. A Spezzano Albanese, incontrai il Consiglio municipale di Cosenza ed il vescovo, i quali, due giorni prima, avevano gridato: Viva la Costituzione, abbasso i Borboni! Essi si recavano ora a presentare i loro omaggi ai generali Du Carne e Busacca. Monsignore mi diede per cortesia la sua benedizione, sbirciando il mio cavallo che, quindici giorni prima, egli aveva offerto per la salute della patria. Io non aveva agio di raccogliere delle benedizioni. Avevo fretta. Non potendo continuare sulla strada di Cosenza, presi il cammino delle montagne dei miei Albanesi. La mia ordinanza, vedendo che non vi era più nulla a spigolare con me, rimase un poʼ indietro, poi si smarrì col mio sacco da notte, in cui vi era un poʼ di danaro e alcune camicie. E non ne ebbi più nuove. Gli Albanesi mi seguirono bravamente e fedelmente. Essi avrebbero potuto assassinarmi e essere nominati cavalieri dellʼordine del Merito civile.
La notte era caduta. Noi cʼingolfammo in mezzo alle montagne, incontrando di qua di là dei fuggiaschi, i quali, avendo nascosto i loro fucili, se ne ritornavano ai loro villaggi, come se venissero dalla mietitura. Io passai per boschi di castagno, per oliveti magnifici. Il rumore dei ruscelli animava il silenzio della notte. Un leggiero venticello dava alle foglie una voce lamentevole. La luna non era ancora sorta, ma un numero immenso di stelle spandeva la debole e pallida luce di certi giorni nella Svezia. I viottoli erano orribili. Le lucciole venivano ad urtarsi storditamente al nostro viso.
Traversammo alcuni poveri villaggi e qualche casolare senza fermarci. Gli abitanti dormivano per terra, davanti le loro porte aperte, per sottrarsi aglʼinsetti che, di dentro, li avrebbero divorati. Niente di più cupo, di più desolato: un tale uomo, su di una simile terra, sotto un simile cielo! I cani abbaiavano un poco senza incomodarsi, e poi si riaddormentavano. Di tratto in tratto una donna, quasi nuda, sollevava il capo dalla soglia della sua porta che le serviva di guanciale, e ci chiedeva lʼelemosina. I fanciulli ed i maiali dormivano nelle braccia gli uni degli altri—quando il maiale non mangiava il fanciullo. Lʼasino vigilante, presiedeva la tribù, il clan.
A misura che noi salivamo queste alture della catena degli Appennini, la brezza diveniva più fresca, il cielo più sereno, il silenzio più completo. Entravamo nella regione dei pini, degli abeti, degli olmi, dei frassini secolari. Il sentiero si perdeva. Noi camminavamo guidandoci sulle stelle.
A mezzanotte, sorse la luna. Lo spettacolo incominciava a divenire seducente. Gli abeti, rivestiti di bianche corteccie, prendevano lʼaspetto di scheletri, di statue di marmo, di fantasmi avvolti in bianchi lenzuoli, secondo la loro posizione e il riflesso della luna che li rischiarava. I vecchi tronchi bruciati somigliavano sentinelle poste in imboscata. La luce, stacciata dalle foglie, pareva coprire il suolo dʼun bianco merletto steso sopra un panno verde. Dei raggi di neve scintillavano sulle alte cime, e niellavano dʼargento il granito rossiccio degli erti picchi. Gli alberi immensi, qui scarni, là fronzuti, varii, oltraggiati dalla mano dellʼuomo e del tempo, colti dal fulmine e squarciati dagli uragani, davano al luogo qualche cosa di fantastico.
Lʼaere era imbalsamato dʼun profumo indefinibile. La campanella attaccata al collo delle vacche e delle pecore—che nella state pascolano allʼaria libera su questi monti—tintinnava da lontano, dallʼaltra parte della montagna, e riempiva lʼanimo di tristezza. Questo suono patriarcale risvegliava in me il ricordo del mio focolare, di mia madre, della mia innamorata. Lepri, volpi, conigli, cerbiatti, capriuoli, gatti selvatici, scappavano davanti i nostri passi. Il cuculo si lamentava stupidamente.
Più noi salivamo, più il bosco diveniva fitto e spesso, e meno la luna vi penetrava, sì che io camminava a piedi, non potendo più restare a cavallo, a causa dei rami intrecciati che intercettavano il cammino. Tutto ad un tratto, nel girare un picco, che non avevamo asceso, fui sorpreso da un magnifico spettacolo.
Dapprima una voce, uscendo non so da qual luogo, gridò: chi è là? chi vive?