Non ebbi il coraggio di andar a vedere Amelia. Le scrissi.

Il proclama di Görgey, datato da Vaez il 6 gennaio, venne a provare a Kossuth che io aveva giudicato rettamente il carattere di quel generale. Görgey si ribellava contro lʼautorità della Dieta.

V.

Io intanto correva la puszta.

Avevo traversato quel paese altra volta, con la morte nel cuore e la disperazione negli occhi, andando incontro allʼignoto, con un sole malinconico e smorto. La traversavo adesso, collʼamore nellʼanima, colla speranza che cantava nei miei sogni, in cerca di gloria. Sotto il cielo basso, fosco, carico di neve che cadeva a larghi fiocchi e che talvolta si polverizzava sotto lʼimpeto dʼun vento turbinoso, oh come io ricordava che tutto, quattro anni prima, era morto! Il contadino era servo, il signore soggetto. LʼAustria era qualcosa di tenebroso, di misterioso, lontana, ma sacra ed inviolabile, le ciglia corrucciate e cariche di minaccie. Se ne parlava a bassa voce e volgendo il capo da unʼaltra parte. La donna si occupava della sua casa. La ragazza, tutta infettucciata, pensava al primo bacio che aveva ricevuto, al primo bacio che ella aspettava. Il bambino giuocava rotolandosi nel pantano col porcellino, o si arruffava colle oche. Lʼaria era muta, o risuonava di monotoni ritornelli. La sciabola e la penna erano oggetti di addobbo. Lʼebreo odiava. Il prete cattolico mirava a Vienna ed a Roma.

Ora, il vassallo è uguale al suo padrone, e non paga più tributo; il padrone è cittadino. LʼAustria batte, ma il suo prestigio è morto. Il nome di santa patria fa risuonare tutti gli echi. LʼUngherese si batte contro il soldato imperiale, come si batteva una volta contro il Turco. La donna cuce la tunica del suo marito, dei suoi figliuoli, che si arruolano negli honved, attende le notizie dellʼesercito, scrive quelle del villaggio o della casa ai suoi cari, spera, prega, piange, teme, si rallegra. La ragazza è ansiosa per le battaglie, ove è il suo amoroso, o dove andrà domani il suo fidanzato. Il fanciullo giuoca al soldato. Gli ebrei, i preti cattolici benedicono la patria, hanno una patria.

Il mio viaggio in mezzo alla puszta, malgrado la solitudine dellʼinverno, malgrado lʼoscurità della notte, mi parve una festa. Incontravo dovunque, notte e giorno, delle bande di cittadini che andavano ad arrolarsi come volontarii, o a rispondere alla chiamata come coscritti. Dappertutto un sorriso, in nessun luogo il cadavere della speranza colpita a morte dallʼinsuccesso. In ogni soffio dʼaria ove un uomo aveva respirato, una strofa ardente di Petőfi. Ovunque, delle sciabole, dei pennacchi, dei vaghi vestiti per festeggiare la lotta. Felice chi aveva un fucile od una pistola: tutti avevano un cuore. Felice chi mi poteva ricevere nella sua capanna. Dico capanna: il castello, ahimè! era un altro affare. Una parola che io gettava, passando di galoppo nei villaggi, si propagava di campanile in campanile. Lo scampanío rispondeva alla campana a martello. Ove io gettava un grido, germogliavano soldati.

Incontrai le prime colonne dellʼesercito del Sud, che il Governo chiamava a difesa della linea della Tisza. Strinsi la mano a Damjanich, colui che Klapka chiama lʼuomo di ferro, lʼenergico comandante delle formidabili berrette rosse, il 9.o honved. Lasciando il Banato, egli diresse ai Serbi un proclama, in cui loro ordinava di starsene tranquilli, durante la sua assenza, e di rispettare uomini e proprietà, Magiari o Tedeschi, e concludeva:

«Se vi accadesse di non fare alcun caso delle mie esortazioni, se persisteste nei vostri conati sanguinarii e liberticidi, io vi giuro che devasterò le vostre contrade, e vʼinseguirò fino a che esisterà sul suolo ungherese un solo Serbo; e allora, perchè non resti in Ungheria la menoma traccia della vostra razza traditora, ucciderò me pure».

Damjanich era Serbo.