Alessandro II aveva detto tutto. La sfida era corsa. Le anime agghiadate si risvegliarono, i cuori arditi si prepararono.

Ma ciò non era tutto ancora.

Lʼeco dellʼunità italiana compiuta risonava nella nostra vecchia coscienza nazionale, gualcita. Lo Czar scelse Varsavia per incontrarsi col re di Prussia e lʼimperatore dʼAustria, affin dʼintendersi ed avvisare insieme sulla situazione dellʼEuropa. Egli portava una nuova sfida: una sfida alla Polonia, lʼincarnazione sanguinosa delle nazioni vittime; una sfida allʼEuropa occidentale, che si diceva favorevole alla politica delle nazionalità inaugurata dalla Francia. La lezione di Wilna, ove nessuna dama accettò lʼinvito al ballo che il generale Nazimof dava al suo padrone ed ai cinque principi tedeschi che lʼaccompagnavano, questo avvertimento severo non rischiarò punto lo Czar. Egli si recò a Varsavia coi suoi due condivisori della Polonia. Varsavia restò deserta, fredda, silenziosa come una steppa.

—Gli è lʼimperatore dʼAustria, dissero i cortigiani russi, che è la causa di questo agghiacciato ricevimento.

—Gli è lo Czar che vale allʼimperatore Francesco Giuseppe questo freddo accoglimento! dissero i giornali ufficiali di Vienna.

Lo Czar partì da Varsavia, con lʼanima ulcerata ed umiliata.

Varsavia trasalì sotto lʼingiuria di codesto sinistro ritrovo.

Le dimostrazioni principiarono.

I Siberiani, vale a dire gli esuli ritornati dalla Siberia, in virtù di quellʼequivoca amnistia accordata da Alessandro II pel suo avvenimento al trono, avevano rafforzato quella specie di misticismo pieno di fede, che i poeti avevano già inoculato alla nazione. La rigenerazione per mezzo delle sofferenze, predicata un dì in Italia da Savonarola, era divenuta la leva politica, che doveva agire oggimai per rovesciare la dominazione degli Czar, e stancare la forza. Le dimostrazioni principiarono dunque con uffizii religiosi, onde onorare la memoria dei poeti patriotti Mickiewicz, Krasinski e Slovacki. Il 29 novembre risuonò, per la prima volta nella cattedrale, il Boze cos Polske, quel canto che è stato la strana Marseillaise della nostra ultima insurrezione.

«Signore Iddio—si cantava—tu che durante tanti secoli circondasti la Polonia di splendore, di potenza e di gloria, tu che la coprivi allora del tuo scudo paterno, tu che stornasti per così lungo tempo i flagelli, da cui è stata in fine schiacciata, Signore, prosternati dinanzi ai tuoi altari, noi ti scongiuriamo, rendici la patria, rendici la libertà!