I nostri capi di banda pensarono che bisognava combattere per armarsi, impadronendosi dei fucili e dei cannoni dellʼinimico.

La guerra e lʼinsurrezione armata dʼaltra volta ripugnavano alla maggioranza della nazione. I contadini, i nobili, gli studenti stessi tennero, infatti, un riserbo significativo, durante tutta la state del 1862. Con un poʼ più di tatto e di moderazione per parte della Russia, la resistenza armata avrebbe ceduto poco a poco. La violenza, la crudeltà, lʼacciecamento, lʼodio del partito militare, che dominava intorno al granduca Costantino, precipitarono la catastrofe. Quelli che esitavano, si videro trascinati; eʼ si fecero un punto dʼonore di non rinnegare, di non abbandonare coloro che si erano compromessi e coloro che soffrivano della brutalità russa senza averla provocata. Da quel momento, studenti, nobili, contadini, vecchi e donne si misero della partita; e si udì, in un villaggio di Lublino, delle donne, a cui sʼintimava di rendersi, rispondere con questo motto antico: «Qui le donne muojono vicino ai loro mariti, ed i figliuoli vicino ai loro padri».

Breve: nel mese di marzo 1863, avevamo sotto le armi 57,000 combattenti sulla riva sinistra e sulla diritta della Vistola, 30,000 nella Lituania, e più di 30,000 nella Podolia e nellʼUkrania.

I nomi di Langiewicz, di Jezioranski, di Bochdanowicz, di Frankowski, di Podlewski, di Zewandowski risuonavano nei bollettini russi e nel cuore della nazione. Diciassette combattimenti erano stati dati, di cui uno solo disgraziato, e tre dubbii.

Io non intendo raccontare la storia di questa guerra dai mille scontri, ove le peripezie si rassomigliano, e lo scioglimento è sempre lo stesso. Non amo parlare che di ciò che ho veduto; e formando parte del Comitato, che si rinnovava del terzo, per sorteggio, ogni tre mesi, ebbi la sfortuna di non uscirne che tardi, e per non più rientrarvi—di addormentarmi nellʼagonia, per risvegliarmi in Siberia.

Non ebbi neppure migliore ventura, allorchè potei alla fine entrare in campagna. Il Comitato mi aveva inviato allʼincontro delle bande formate in Galizia, entrate di già in Volinia. Era un corpo di 1700 uomini, che Wysocky ci conduceva, diviso in tre colonne. Il loro punto di riunione doveva essere Radziwitow. I Russi vennero a cognizione di questo movimento, e rinforzarono la guarnigione di quella città, posta sotto gli ordini di un capo abile e ardito, il maggiore Semenow. Incontrai Wysocky nella foresta di Zeloski, ove sʼera accampato, sul punto di dar battaglia.

Rinviamo la nostra conferenza alla sera, dopo il combattimento.

Era unʼora dopo mezzogiorno, il 1.o giugno 1863. Penetrammo nella città per le paludi, avendo dellʼacqua marcia fino al petto. I Russi ci aspettavano. Lʼurto fu violento. Ma io non aveva ancor fatto che pochi passi, non avevo ancora tirato un colpo di revolver, nè dato un colpo di sciabola, che un dragone di Kargopot, del granduca Costantino, si avvisò di spaccarmi il cranio per di dietro e aprirmelo come una melagrana. Caddi da cavallo. Fui pigiato per due ore. I Polacchi furono muti. Lʼazione, mi fu detto, era stata delle più sanguinose e delle più drammatiche. Le perdite dei Polacchi erano state considerevoli, aggiungevano i Russi. Gli abitanti si lagnavano acerbamente della maniera colla quale questi celebrarono la loro vittoria, a spese della città devota ai Polacchi. Tutto ciò può esser vero. Avvenne così in ogni tempo, avviene ancora oggidì in ogni sito dove sono stati e sono soldati, guerra, vittorie e borghesi pacifici.

Quanto a me, non rinvenni che tardi nella sera, e mi trovai steso sopra un poʼ di paglia, nellʼangolo di un magazzino, in compagnia di diversi altri più o meno malconci come me, Russi e Polacchi, misti insieme. Mi avevano avviluppato il capo con una fascia a guisa di turbante. Mi avevano alleggerito della borsa, dellʼorologio e del portafogli. La fu per me una circostanza fortunata. Avevo nel mio taccuino delle carte di visita col mio nome ed indirizzo. Il mio nome ricordò immediatamente quello di mio fratello, aiutante di campo di Costantino, e quindi molto conosciuto nellʼesercito russo in Polonia. Non fui dunque niente meravigliato di vedere al mio capezzale, alle dieci di sera, lʼeroe della giornata, il maggiore Semenow in persona, un poco male in gambe, poichè levavasi di tavola, e veniva ad informarsi se io era parente del conte Casimiro Lawanowicz, aiutante di campo favorito di S. A. I. il granduca luogotenente. Non avevo nessuna ragione di mentire; risposi dunque: Che arrossivo di essere il suo fratello maggiore.