Ella non aveva dʼuopo dʼindicare più chiaramente la questione. Ella vedeva il pensiero del suo oltraggio cristallizzato negli occhi di mio padre.
—Digli di venire domani sera.... Io parto in viaggio nella prossima notte.
Un doloroso stupore si dipinse negli occhi della povera donna. Non comprese quellʼordine, o ebbe paura di comprenderlo. Nondimeno si guardò bene dal replicare. Da noi la donna è un oggetto amato, rispettato, ma inferiore allʼuomo. È la gioja, ma non il consiglio della famiglia. È unʼutilità. È lʼamore, ma non il giudizio e lʼautorità del cenacolo. Ella è la primogenita delle figlie. Mia madre non domandò dunque conto a suo marito dellʼordine strano ed offensivo, che le dava. Obbedì.
Lʼindomani nè io nè mio padre non uscimmo. Mia madre disse nel villaggio chʼeravamo partiti nella notte. Venne la sera.
Il colonnello non si fece attendere. Parmi ancora di vederlo! Sʼera fatto radere; si era lavato. Aveva bevuto meno che allʼordinario, perchè il vino usurpa sullʼamore. Aveva indossato il suo uniforme di gala, con tutte le sue decorazioni. I suoi mustacchi lucevano come un fiorino di zecca. Non aveva fumato che il zigaro, e anche il meno possibile, poichè lʼodor di pipa non lo precedette, non lʼannunziò avanti di entrare. Portava un paniere di provvisioni del pranzo. Le sue gambe, singolarmente contorte, barcollavano. Beveva già collʼimaginazione alla coppa della voluttà di cui veniva in busca. Entrò ridendo, a braccia aperte, attendendo che mia madre vi si gettasse. Il conte di Schaffner non ammetteva che mio padre, semplice soldato, semplice colono, potesse essere trenta volte più conte di lui,—conte di fabbrica imperiale—e quindi che mia madre non dovesse essere profondamente riconoscente degli abbracci chʼegli si sarebbe degnato di darle. Un lieve rumore gli fece volgere il capo.
Era mio padre, che chiudeva la porta dietro di sè.
Il colonnello si fermò di botto, e gli caddero le braccia. Non contava proprio sopra un simile testimone della sua felicità.
La nostra casa, posta in mezzo ad un ampio verziere, si componeva di tre stanze: un piano solo, ma una cantina al dissotto. Era situata allʼestremità del villaggio. Non cʼerano vicini. Delle colline sovrapposte una allʼaltra, sfrangiavano sullʼorizzonte azzurro. Era il mese di maggio: gli arbusti, gli alberi, i fiori delle aiuole che circondavano la casa, tutto cantava, ed attirava gli sguardi sotto i baci della primavera.
Dopo aver chiuso a chiave la porta, mio padre andò a chiuder pure la finestra. Mia madre accese due candele. Io guardavo, ritto sulla soglia dellʼuscio. Non una parola durante tutto ciò. Si udivano gli ultimi gridi della rondinella che accelerava la costruzione del suo nido. Mio padre aprì un vecchio cassettone, vicino al cammino, e ne cavò due spade, due sciabole e due pistole. Le spade erano due fioretti che servivano per le mie lezioni di scherma, e chʼegli nella giornata aveva aguzzati. Depose quegli oggetti sul tavolo, ove mia madre aveva messo i due lumi, stringò solidamente i suoi calzoni, e rialzò le maniche della camicia, la quale, aprendosi sul petto, lasciò vedere due cicatrici di ferite prese al servizio dellʼAustria.
—Avrei diritto di uccidervi, disse egli al colonnello; vi faccio lʼonore di battervi con me, e vi lascio il vantaggio di sceglier le armi e di tirare pel primo.