—Le vostre catene vi saranno tolte, e partirete fra tre o quattro dì. Non sovvenitevi troppo di ciò che foste, signore; la fierezza non può che peggiorare la vostra condizione, di già sì trista.
Eʼ chiamò, e dette degli ordini. Unʼora dopo, ero sgravato dei ferri, e passeggiavo per la città.
Ecco la Russia, ed ecco la causa dei giudizi contradditorii che si portano sopra di lei: un funzionario vendicativo aveva aggravata esorbitantemente la mia pena a Omsk; un funzionario umano lʼaddolciva più che non avrebbe potuto, perocchè io avrei dovuto conservare le mie catene fino ad Ukbul!
Incontrai molti Polacchi, che mi diedero utilissimi ragguagli. Mi comperai dei vestiti caldi, dei grandi stivali di pelle di cane di mare, un berretto a pelli, che scendeva fino alle spalle e mi copriva il viso, non avendo che piccoli fori per la bocca e le orecchie. Cangiai un centinaio di rubli, e cucii il resto in una specie di legacci, che attorcigliai alle mie gambe, sotto le mie calze—e compresi lʼutilità di questa precauzione ad Ukbul, quando mi misero affatto ignudo, fino alle anche, per verificare i miei connotati presi a Varsavia. Mi munii di un poco di chinino, cui nascosi pure nei risvolti dei miei stivali. E sei giorni dopo, ero alle miniere.
Il direttore, o piuttosto lʼispettore, al quale il mio gendarme rimise le carte che mi riguardavano, venne. Mi fece spogliare, e, colle carte in mano, verificò la mia identità. Poi ordinò dʼiscrivermi al registro dei forzati, sotto il numero corrente, e di condurmi ad una specie di yurta, cui due altri minatori già occupavano. Cessai dʼallora di essere un individuo, e non fui più che il numero 367.
Allʼindomani mi condussero alla miniera.
I pozzi della miniera erano in un precipizio della montagna, uno screpolo perpendicolare, largo un chilometro ed alto duemila piedi. La state, una magnifica cascata, prodotta dalla fusione delle nevi dei Sablonoi, metteva in movimento una ruota idraulica al servizio della miniera. Lʼinverno, quella cascata si cangiava in una gittata di cristallo sulle pareti grigie e rossastre della roccia. La fessura della montagna aveva delle asperità, ove si accoccavano dei ciuffi di lichene, degli arbusti e degli albericciuoli, che, lʼinverno, assumevano lʼaria di sgorbi geroglifici sur un foglio di carta bianca. Il vertice della montagna restava accappellato di neve tutto lʼanno; gli spaldi, coperti di abeti e di betulle, prendevano per quattro mesi un bellʼornamento verde cupo. Ora, di già ottobre, lʼinverno era cominciato, la neve era caduta, il vento soffiava: non più foglie, nè erba, nè uccelli; un sole squallido di freddo, che si coricava alle tre e mezzo; un cielo sovente splendido, la notte, chiaro il giorno, ma rischiarando poco; o lʼuragano di neve, che polverizzava ed aguzzava ad aghi la brina della vigilia. Una tristezza infinita succedeva ad una fatica snervante.
Io aveva visitate, nei miei viaggi, le miniere dellʼInghilterra, del Belgio, dellʼAllemagna, perocchè io aveva studiato la geologia e la mineralogia. Non avevo fatto, del resto, che studii utili—e perciò molto poco di scienze morali e punto di metafisica. Le miniere della Siberia non mʼoffrirono alcuno di quei progressi che facilitano lʼesplorazione, raddoppiano la produzione, garantiscono la vita e la salute del minatore. Quindi, non pompe idrauliche per lʼestrazione dellʼacqua e la trazione del minerale, non ferrovie nellʼinterno delle gallerie, non men-engine, come si chiama in Inghilterra, o fahrkunst, come si addimanda in Germania, per salire e discendere i minatori; non lʼassisa salubre del minatore inglese e la candela al cappello che lo rischiara.
Il pozzo dellʼUkbul aveva 430 metri di profondità, ad asse inclinata. Bisognava discendervi per una scala interminabile, con rare panche di riposo,—operazione che prendeva unʼora e mezzo, e due ore per salire, e dava agli operaj delle anemie, di cui infine morivano. Alcuni preferivano a questa fatica, quando il potevano, il paniere a minerale, così pericoloso.
Dugento cinquanta minatori lavoravano allʼopere diverse dellʼinterno, sorvegliati da caporali, sorvegliati essi pure da un capitano, e tutti sotto la direzione dʼun intendente. La miniera aveva degli strati di rame e di stagno. Io era stato destinato al traforo delle gallerie. La miniera aveva parecchie gallerie laterali e parecchi pozzi negli strati, ove ci recavamo, sospesi ad un pezzo di fievole corda avvolta ad un verricello. Lʼinfiltramento dellʼacqua, durante lʼinverno, diminuiva moltissimo, e lʼacqua gelava appena messa in contatto dellʼaria nel serbatoio. La si tirava su allora nel paniere a minerale.