Antipas che era grasso, corto, un po' gottoso, si levò dolcemente, come se avesse assistito ad una commedia di Aristofane, e prendendo il mio braccio; disse:

— Vieni, Giuda, andiamo a fare un giro sulle mie terrazze, e cercarvi pel pranzo un po' di quel brigante d'appetito che non viene mai. Voglio mostrarti i due miei poeti, che ho fatto pescare ultimamente in non so quale cloaca di Roma. Li tengo in due gabbie separate per impedire che si divorino, e li nutro di erbe amare onde neutralizzare la loro bile... Diamine! scrivono un poema pel mio matrimonio colla mia cara Erodiade. Mi atteggiano a Giove che cade in pioggia d'oro sopra Danae. «Padrone, mi dice l'un d'essi, piovi dunque un po' su di me, come fai su di Danae.» — «Sopra di te? grida l'altro; padrone, egli non è nemmeno degno che tu gli p.... sopra!» Voglio che tu mi dia un consiglio, Giuda. Bisogna che io stabilisca nel mio Stato un ginnasio per educarvi i profeti. Vedi come si educano male al deserto! I profeti, i messia, i shilok sbucciano spontaneamente nel mio Stato. Vi sono più comuni che i conigli. Se ne incontrano in tutti i crocicchii[26]. Quando li avrò meglio preparati, ne farò un oggetto di esportazione.

E, scilinguando ciò, Antipas baciava sulla fronte Erodiade divenuta pensosa, e noi uscivamo da una porta, nel punto proprio che da un'altra entrava una fanciulla di una quindicina d'anni, ed andava a gettarsi nelle braccia di sua madre la quale le apriva per riceverla.

La giornata passò gaiamente, in attesa della cena e della festa ufficiale della sera.

Più di cento convitati circondavano l'anfitrione reale nella splendida sala costrutta dal re Erode. Erodiade era coricata vicino ad Antipas, ed io seduto come gli altri, vicino a lei. Tutto ciò che si può immaginare di più prezioso in vasellame ed in porpora, tutto ciò che si può concepire di più delicato in cibi ed in vini, copriva la tavola di quel principe sontuoso e voluttuoso. Il deserto, il mare, i fiumi, le stalle, i giardini e le cantine erano stati esauriti per celebrare questa festa che doveva sedurre quelli che facevano la guerra per il loro padrone, e quelli che avevano ripugnanza a favorire i suoi amori. I discorsi allegri, lusinghieri, bellicosi s'incrociavano in mezzo ad un brillante rumorìo da un capo all'altro della sala. I fiori imbalsamavano, il vino inebbriava, gli effluvii misti dei cibi e dei profumi mettevano in fuoco il sangue. Questo splendore di vasi d'oro, di lumi, di stoffe dai vivi colori di cui i convitati si erano pavesati, il sorriso delle donne, le canzoni degli istrioni, i bizzarri motti dei buffoni, le smorfie dei parassiti.... tutto ciò aveva esaltato gli spiriti ad una temperatura infernale. Ad un tratto, una musica dolce ed invisibile irrugiadò il banchetto, come per calmarne la febbre e preparare l'assopimento. Si aspirava questa freschezza di melodie, ciascuno si cullava a quell'ondulazione di suoni profumati d'estasi. Ma ecco che ad un cenno di Erodiade, una porta s'apre, cinquanta schiave nubiane nude si dispongono in fila con candelabri d'oro alle mani, ed una visione simile ad un raggio di sole s'insinua nella sala.

Fu un soprassalto generale. Antipas, mezzo nudo, si rizzò sul suo gomito come abbagliato.

Era Salomè, la figlia di Erodiade e di Erode-Filippo suo primo marito, che faceva invasione nella sala, bella come una collana di stelle del mattino, appena coperta da un velo leggero che scendeva fino alle ginocchia, le sue ciocche d'oro ondeggianti, un cerchio d'oro sul fronte, sormontato da una stella di diamanti, che pareva Vesper. Al suono di una musica lenta ed in sordina ella cominciò ad atteggiarsi in una successione di pose, ove il suo giovine corpo, bianco come la cima del Carmelo nell'inverno, parve più flessibile d'una pantera. Poi, la musica animandosi, Salomè principiò a volteggiare, ed il velo trasparente che la ombrava, ondeggiando con lei, le dava l'aspetto d'una farfalla che gavazza follemente nelle ajuole d'un giardino, nella primavera. Finalmente la musica diviene turbinosa. Fu allora un getto di fiamma che ravvolse tutta la festa. Salomè poggiando sopra un piede, alzando l'altro al livello del suo braccio, girò sopra sè stessa, svelando dei tesori di bellezza e di gioventù, che davano la vertigine. Fuori di sè, come eravamo tutti, Antipas gridò:

— Che io possa divenire povero come Giobbe, se non accordo a questa fanciulla qualunque cosa la mi chiegga, fosse pure la metà dei miei Stati.

Salomè si fermò, ansante, palpitante, gli occhi dolci e brillanti, la bocca semichiusa, respirando non aria, ma baci. Ella scivolò sulla punta dei piedi e venne a cadere sul seno d'Antipas che le sfiorò, colla bocca i capelli.

— Di', Salomè, di', gioja mia, cosa vuoi? Un palazzo?