Di fatti ella aveva spesso sentito parlare degli Ebrei, alla corte di Tiberio, allorchè questi li fece tutti cacciare da Roma, e rinchiudere in luoghi malsani, sotto pena, se ritornavano, della schiavitù. Essa ne aveva inteso parlare in seguito dalle lettere di Pilato, che dipingeva con tetri colori quel popolo che non sapendo essere indipendente non si rassegnava a servire[4] e aveva delle costumanze strane: il sabato, la circoncisione, l'orrore degli stranieri e di una quantità di oggetti che considerava come contaminanti; di quel popolo, infine, che adorava un solo Dio, con riti altrettanto atroci che quelli degli infedeli. Claudia si preoccupava di questi tumulti continui, di quelle sètte, di quei messia che si attendevano, ed interrogava ora Trasilio, l'astrologo di Tiberio, ora Seleuco, il grammatico che Tiberio fece prima esiliare dalla corte e poi uccidere, perchè s'informava presso gli schiavi del libro che Cesare aveva letto nella giornata.
Claudia aveva forse un interesse palpitante a conoscere a fondo il carattere e il temperamento del popolo Ebreo.
All'indomani, nondimeno, siccome Modin non è che a tre ore di distanza da Gerusalemme, mentre la scorta a piedi e l'immenso seguito di bagagli e di bestie che accompagnava Claudia si metteva in viaggio, essa, seguita da Flaccus, da Gionata e dalla truppa numida, arrivando alla collina montò a cavallo per visitare il sepolcro di Mattatia. Gionata — dall'alto di quel punto ove si abbraccia la vista magnifica della larga pianura, della fiera vallata d'Ascalon e del lontano mare senza navigatori — indicò a Claudia, rimpetto ad essa, la montagna rude, triste, erta, ove Mattatia si rifugiò coi suoi figli, dopo aver ucciso gli idolatri e rovesciato il simulacro di Giove nel tempio Madin; al disotto, a sinistra, coronata da nuvole, l'alta cima di Beth Horon, ove Giuda Maccabeo distrusse Seron, altro generale d'Antioco — uno contro venti — come aveva già rotto ed ucciso Apollonius, come doveva distruggere Lysias a Emmaus nel piano che si allunga dinanzi ad essi, e Nicanor a Adassa, che si scorge quattro miglia più lungi.
— Battaglie di giganti, gridò Gionata, suolo bagnato da sangue eroico, che illustrò la nazione, la vendicò dei passati oltraggi, la creò a nuova vita, ed alla fine la uccise.
— Come, la uccise? domandò Claudia.
— Ahimè! sì, rispose tristemente Gionata. Quando i Maccabei rovesciarono l'altare pagano a Modin, Israele non esisteva più che nei nostri libri sacri. La fede israelita era morta nell'indifferenza del popolo, per le leggi dei conquistatori stranieri. Il Tempio era profanato, la lettura delle nostre vecchie leggi proibita, la circoncisione posta in dimenticanza, l'osservanza del Sabato impedita sotto pena di morte; la successione dei grandi Sacerdoti era interrotta. Onias, il vero pontefice, aveva emigrato fra gli Ebrei che ormai popolavano Memfi e le rive del Nilo. In mezzo a mille di essi, uno solo forse sapeva leggere l'ebraico. Il caldeo, il siriaco, il greco avevano surrogato la lingua nella quale Mosè aveva comandato in nome del Signore, David aveva cantato e Salomone insegnato. Ma i Maccabei erano più uomini di mondo, politici, soldati, oratori, amministratori, che preti. Essi discendevano dagli esiliati di Babilonia, non già da quel vecchio stipite dell'aristocrazia Ebrea che era restata fedele ai costumi, alle leggi, alle tradizioni, agli usi e all'organizzazione sociale dei nostri padri. Con essi arrivò al potere il partito della nazionalità politica e della riforma. Essi accumularono il doppio potere civile e religioso. Sostituirono la tradizione orale alla legge scritta di Mosè; la teoria personale e variabile — legge vivente del gran Collegio — al patto del grande legislatore. Provocarono e favorirono forse lo scisma, e furono causa che il popolo ebreo si divise in Esseniani, Sadducei e Farisei, laddove Mosè aveva stabilito una fede, un rito, un'arca, un tabernacolo, un patto (ai nostri giorni si direbbe una carta) per tutto il popolo d'Israele. All'unità del sacerdozio di Mosè, si rizzò di fronte lo scisma, che trionfò nel governo civile e s'impose alla credenza religiosa. Mosè, David, Salomone, i giudici che avevano fatto uscire dall'Egitto il popolo Ebreo, al tempo dei Maccabei sarebbero stati come stranieri nel gran Collegio, nella sinagoga, nel sanhedrin, nella scuola di Hillel e Shammai, per quei grandi principi-sacerdoti, pei Samaritani, pegli Ebrei infine. Mosè ormai era divenuto una memoria, una vecchia gloria nazionale, e nulla più. Quella massa di bronzo, rozza, ma compatta e solida, che Mosè aveva fusa e malleata a prova dell'urto di tutti i popoli che circondavano Israele, fu rotta dai Maccabei a fine di meglio lisciarla ed appropriarla alla moda del giorno. E fin d'allora la condanna del popolo Ebreo fu pronunziata. Noi non siamo più noi stessi; noi siamo ora un popolo come un altro a disposizione di tutti i popoli! Volendo creare una nazione, i Maccabei hanno creato uno Stato. Il carattere politico, così mondato, si era sviluppato: l'anima della nazione era franta. A Modin aveva preso principio la reazione contro lo straniero, ma in favore di un solo partito della nazione che esagerò il pericolo, e non comprese l'essenza del carattere del popolo Ebreo. Il rabbì prese il posto di Dio.
Ciò dicendo, sempre camminando, volgendosi ora a Claudia, ora a Flaccus, Gionata entrò il primo nelle strette e nelle gole delle montagne ove principia l'ascesa verso Gerusalemme.
Non c'era strada. L'olivo, il lauro, il mirto, il mandorlo, la ginestra dal fiore d'oro, il frumento, crescono ancora in mezzo a quei gradini di macigno; ma a misura che si ascendeva, il bianco-spino, il leccio, la quercia nana, l'erica, la macchia, il picco nudo delle rocce, il sasso grigio o rossastro, divenivano più frequenti. Seguivano il letto dei torrenti. Non s'incontrava che dei guardiani di capre, dei poveri contadini a piedi, o un rabbì sul suo asino. Un grande silenzio ovunque. All'occidente, volgendosi, si scorgeva ancora il mare; di fronte, alture sopra alture; ai fianchi dei precipizii spaventevoli. Essi non si fermarono punto a Kirjath Jearim, ove i Daniti di Zorah e di Eshtaol piantarono le loro tende avanti di ascendere alla casa di Micah, sopra il monte Efraim, per rubare l'ephod, il teraphim e le imagini di metallo. Là pure, era restata per vent'anni, presso Eleazar, l'arca del Signore dopo che era stata perduta dagli Israeliti, presa dai Filistei, posta prima nel Tempio di Dagon a Asdhot e poi venduta.
All'undecima ora, essi poterono vedere il bel villaggio di Emmaus — a due miglia da Gerusalemme — in mezzo ai giardini verdi, brillanti, profumati, ove il pampino porporino ed il grappolo dorato aspirano all'ombra dell'ulivo, e si arrampicano intorno i fichi. Questa vegetazione, in questo sito, è un fuggevole bacio della natura che diviene sempre più aspra, nuda, dirupata a misura che si ascende verso l'altipiano del monte degli Ulivi e di Sion.
Claudia e Flaccus raggiunsero qui quella parte della loro scorta che li aveva preceduti, e passarono oltre camminando frettolosamente in mezzo a rocce bianche, splendenti, frante e bruciate, per una strada fatta tutta a zig-zag. Il sole del mezzogiorno li opprimeva.