Decius Crispus, che Pilato sceglieva perchè lo conosceva per umano e dolce, lo salutò e cinque minuti dopo uscì dal palazzo.

La folla non s'era mossa, gridando sempre: Abbasso l'acquedotto! non toccate l'offerta! Crispus le rivolse alcune parole concilianti, consigliandola di cessare dal rumore e di rientrare nelle sue case. Fu insultato. Allora diede ordine ai suoi di respingerla.

Ai primi colpi di frusta le grida raddoppiarono. Ma quelli che sentivano cincischiarsi la faccia indietreggiarono e spinsero indietro gli altri. Allora principiò la ritirata. Qualche pugno ricevuto dai soldati accrebbe la loro collera e la forza delle loro braccia. Ma accadde per disgrazia che uno dei soldati insanguinò di un colpo di frusta la faccia di Bar Abbas. Il dolore gli strappò un grido terribile. Nello stesso momento cacciò fuori di sotto il pastrano un coltello, e lo immerse nel ventre al soldato. Il Romano cadde gridando: ci assassinano!

Questo fu il segnale.

I soldati che non avevano fatto uso fino a quel momento che delle verghe, sguainarono le daghe e principiarono a ferire. Gli Ebrei erano disarmati: la carnificina non incontrò ostacolo. I soldati di Pilato si aprirono una strada di sangue attraverso quella moltitudine di vecchi e di giovani che erano venuti lì più per supplicare che per rivoltarsi. Essi li abbattevano a dritta e a sinistra come le spighe sotto le mani dei mietitori. Quelli che fuggivano rovesciavano i più deboli e li schiacciavano. Guai a coloro che cadevano: non si rialzavano più. Le botteghe, le porte delle case si aprivano per dare asilo a quei disgraziati; ma il sangue dava la vertigine ai soldati. Il tempio stesso non fu rispettato: la corte dei preti come quella dei pagani, il lishcath ha-Gazith, come il mercato sacro, i chiostri e le camere sante, tutto fu contaminato dal sangue, e coperto di cadaveri. Tremila vittime perirono, fra cui due soli soldati romani!

All'indomani le valli dell'Hinnom, di Josafat e il Cedron erano coperte di cadaveri, per la maggior parte Galilei, sudditi del tetrarca Antipas Erode.

Claudia, durante tutto il primo momento di quella protesta, si era tenuta sul terrazzo ad ammirare lo splendido panorama che la circondava. Ella contemplava il Tempio, il cui frontone, coperto di lamine d'oro luccicanti al sole, l'abbagliava; la valle che sempre scendendo finisce a Betlemme, a Gerico, al Giordano, al deserto, al mar Morto, vasto spazio d'azzurro e d'oro, che chiudeva una parte dell'orizzonte come uno zaffiro termina il rostro di una corona. Essa ammirava i giardini di Silohè, i gruppi argentati degli alberi del monte degli Olivi, gli splendidi giardini del suo palazzo, la catena delle montagne della Giudea e di Beniamino, le quali si riattaccano con un altipiano ai due speroni di Sion e di Akra; e molto lontano, al di là del Giordano e del deserto, le montagne di Moab, che rassomigliavano ad una nuvola violetta pagliettata di oro.

Quando si fece udire il terribile ruggito del macello, Claudia portò i suoi occhi dal cielo alla terra, e seguì, senza impallidire e senza dare indietro, il solco della daga romana a traverso i figli di David. Poi, quando il sole cominciò a darle noia, temendo per la tinta della sua pelle, rientrò lentamente mormorando a Cypros, la schiava gallica che aveva la cura della sua testa:

— Arrivo a tempo!

Flaccus seppe nel suo bagno la notizia della carnificina, mentre i suoi schiavi gli grattavano la pelle con una pietra pomice di Lesbo, dolce come i labbri d'una fanciulla.