— Leggi la sentenza, disse Pilato al suo scriba.

Questo personaggio lesse la sentenza in latino. Un interprete la tradusse nella nostra lingua. In sostanza essa decretava così: i ventidue prigionieri incatenati saranno esposti domani nell'anfiteatro alla vista del popolo che non li ha veduti oggi, avanti che principiasse lo spettacolo, e saranno frustati con dieci colpi di verga ciascuno. Dieci di questi delinquenti (di cui la sentenza dava i nomi) saranno crocifissi nella sera stessa. Sei altri (di cui parimente erano scritti i nomi) saranno dati in preda alle bestie feroci nel secondo giorno. I sei ultimi infine, i più vigorosi ed i più giovani, combatteranno il terzo giorno le bestie, armati soltanto di spada corta. Quando la sentenza fu letta, Pilato domandò di nuovo, rivolgendosi al popolo che non c'era in realtà:

— V'è qualcuno che abbia osservazioni a presentare?

Naturalmente nessuno rispose. Allora egli si volse ai condannati, e soggiunse:

— E voi avete niente da opporre? Avete qualche cosa da domandare, che non tocchi la sentenza?

I condannati tacquero. Solamente dopo un minuto di silenzio, durante il quale si avrebbe potuto udire i battiti di tutti i cuori, Menahem gridò:

— Dio che accende i giorni nel cielo maturerà quello della vendetta.

Pilato scosse lievemente il capo, e rispose con calma.

— Se codesto giorno trovasi in un anno qualunque, il tempo non l'ha ancora segnato nel suo libro.

Un minuto dopo, l'usignuolo gorgheggiava nei giardini del palazzo, stesi ai piedi dell'Ophel e bagnati dalle acque deliziose di Enrogel; le tortorelle gemevano, il vento del mezzodì folleggiava con le fragranze della valle di Siloam, le farfalle svolazzavano, spiegando il loro scrigno di gioielli in mezzo ai fiori della corte.