Essi mi compiangevano e mi credevano perduto. Ah! se avessero saputo!
Caduta la benda dai miei occhi, mi trovai in un gabinetto ovale, col suolo a mosaico, le mura incrostate di marmo giallo d'Egitto, ed il soffitto di legno di cedro a rosaccie. Delle sedie d'avorio ornate di bronzo di Corinto, s'allineavano intorno al gabinetto, rischiarato vivamente da una lampada d'oro. Quello era l'apodyterium, — sala del palazzo d'Erode, per ispogliarsi prima d'entrare nel bagno — che io conosceva. Al di là, una porta mezzo nascosta da una tappezzeria di Mesopotamia. Scorgevo a me dinanzi il tepidarium, grande stanza quadrata, in mezzo alla quale si apriva un bacino d'acqua tepida, pari ad un piccolo lago, che ripeteva la fiamma dei numerosi candelabri d'argento che lo circondavano come una fila di colonne.
Due giovani schiave galle, addette al mio servizio, s'impadronivano dei miei vestiti, che caddero in un istante ai miei piedi. La vista dell'acqua aveva svegliata la mia sete. Domandai da bere. Mi fu presentata subito una coppa d'oro con due vasi di vino color ambra, ed un'anfora piena d'acqua. Io bevetti dell'acqua appena ingiallita da alcune goccie di quel vino, e sentii ritornar le mie forze. Vedendomi affatto ignudo in mezzo a quelle due belle schiave, arrossii. Una d'esse mi prese per mano e mi condusse nel tepidarium. In quell'istante una dolce musica si fece udire, ed uno sciame di giovani ragazze, tutte nude, incoronate di narcisi e di ninfee, irruppero da una sala laterale, si precipitarono nella vasca, e principiarono a nuotare verso di me, invitandomi in mezzo a loro.
Avevo ventitrè anni. La vista di tutte quelle beltà, tanto più pericolose in quanto il cristallo dell'acqua e il riflesso della luce ne aumentavano lo splendore, mi fece fremere dal piacere. — I colori si alternavano sulla mia faccia. D'un tratto, scorsi in un angolo di quella stanza, quasi nascosta sotto la tappezzeria di una porta, una figura di donna mascherata della sua ricca, e avviluppata in una stola che le scendeva dal collo ai piedi. Un lampo traversò il mio spirito. Mi dissi: Cosa vuole quella donna che si nasconde e che mi getta in mezzo a tentazioni così seducenti? Il cangiamento che s'era operato nella mia posizione mi dava a riflettere. Per uno sforzo di volontà, finsi l'indifferenza, e scendendo nella vasca d'acqua profumata, mi misi a nuotare ed a giocare colle ragazze, assolutamente come se fossi stato coi miei giovani amici nel Giordano, o nelle acque azzurre di Genezareth. Non poterono strapparmi neppure un bacio; e Dio sa che scrigno di bellezza e di gioventù era aperto dinanzi ai miei occhi! Giuseppe ne sarebbe stato vinto. Durante tutto il tempo che io restai a saltellare, a ridere, a cantare perfino, a giuocare con quelle naiadi rapite al Caucaso, alla Gallia, alla Spagna, alla Siria, quella donna non si mosse dal suo posto d'osservazione. Quando uscii dall'acqua, due schiave egiziane s'impadronirono di me e mi condussero al calidarium.
Se io non fossi già stato a Roma, avrei creduto che mi si conducesse in una sala di tortura. I muri erano coperti di una rete di tubi riscaldati a rosso da una fornace esterna, e che erano maggiormente riscaldati dal vapore che si sprigionava dal serbatoio d'acqua bollente che stava nel mezzo di quella stanza circolare. Mi sentii venir meno e mi lasciai cadere sopra uno dei seggi che occupavano le nicchie praticate tutt'intorno.
Immediatamente uno degli schiavi tirò una catena, ed uno scudo d'oro, che coronava il soffitto, s'aprì e mi inondò d'un soffio d'aria fresca e di una sensazione deliziosa. Ogni qualvolta la temperatura diveniva incandescente l'operazione dell'apertura della valvola si rinnovava, ed un soave languore s'impadroniva di me. In quello stato mi avvolsero in un mantello di lana scarlatto, e mi trasportarono in un'altra camera riscaldata in grado minore, ove gli schiavi principiarono l'operazione della frizione. Quando le mie membra furon rimescolate e le mie giunture disarticolate, gli schiavi mi fregarono con olio profumato. Mi sentii rinascere. Mi asciugarono infine con una dolce mussolina d'Egitto, e mi lasciarono godere di alcuni minuti di riposo.
Due schiave italiane mi risvegliarono quasi, presentandomi una bianca tunica ornata di frangie azzurre. Dopo avere pettinato e profumato i miei bei capelli biondi, li cinsero di una corona di rose, come per le vittime destinate al supplizio.
Durante tutto il tempo dell'abluzione e dell'abbigliamento, non rivolsi una sola parola ad alcuno; lasciai fare, come un testimonio o come un padrone.
Quando tutto fu in ordine, le mie unghie tagliate, i miei piedi profumati, un'altra schiava vestita tutta di bianco e celeste con una cintura di porpora, venne a prendermi. Quattro suonatori d'arpa la precedevano. Io conosceva il sito. Traversammo due o tre sale imbalsamate dalle esalazioni degli alberi e dai fiori del giardino, ed arrivammo infine nel triclinium riservato, che il re Erode aveva fatto costruire per le sue cene voluttuose colla bella Mariamne, la più bella e la più amata delle sue nove mogli e delle sue numerose favorite.
Quella sala, di forma ovale, non era molto vasta. Il soffitto era mobile ed alternava secondo le ore e le fasi del pranzo, mostrando ora l'empireo gemmato di stelle, ora dei quadri di dii e di dee ignude, le cui voluttà esaltavano il cervello degli spettatori; altre volte cangiavasi in un nuvoleto bianco e rosato che aspergeva i convitati di una rugiada d'essenze odorose. Questa volta il soppalco rappresentava il firmamento: e' si avrebbe creduto di cenare sotto i raggi delle stelle. Delle colonne slanciate di malachite dai capitelli scolpiti e cesellati come un gioiello della regina Cleopatra, sostenevano la vôlta. Queste colonne facevano spiccare lo splendore delle pareti ricoperte di stoffe bianche di seta della Persia, ricamate a fiori e in oro, inquadrate in cornici pure di oro ornate di pietre preziose. Dieci piccoli quadri, squisitamente voluttuosi, pendevano dall'alto dei muri a cordoni di porpora e di oro. Il mosaico del suolo rappresentava la tavola di Giove in mezzo agli Dei. Le due finestre laterali, aperte sopra i giardini, erano mezzo nascoste da platani vigorosi innaffiati con vino. Tra i frammezzi, nel basso, si trovavano delle tavole di legni differenti incrostate d'argento, di bronzo, d'oro, di pietre preziose, qui rubini, là smeraldi, altrove amatiste o agate, e arricchite da medaglioni maravigliosamente dipinti. Su quelle tavole le schiave posavano i vasi, le ricche dapi — lancula — le vivande.