— Cypros, disse Claudia, questo giovane è tuo prigioniero.
IX.
Justus non aveva assistito alla riunione in casa del sagan, perchè era andato da Maria.
Le portava la notizia della mia prigionia nella torre Phasaelus.
Questo colpo, che aveva rallegrato Justus, non abbatteva Maria. Ella non era donna da lagnarsi come una donna, da desolarsi, domandando aiuto al cielo.
Justus non era tale un amico, da non trar partito della disgrazia d'un amico.
Ritornando da Roma, io aveva incontrata quella ragazza sulle rive del lago di Genesareth, al momento in cui aveva perduto il suo ultimo parente, e restava sola nel mondo. Non mi occorse un lusso di seduzioni, per persuaderla a seguirmi a Gerusalemme. Sapendosi bella, la non disperava che un giorno o l'altro io mi sarei deciso a sposarla. Conoscendo il proprio carattere determinato, pronto alle risoluzioni, ricco di espedienti, ella contava far arrivare il più tosto possibile quel giorno. Una settimana dopo che ella aveva preso dimora nella mia casa, Maria aveva già compreso che i suoi progetti di Magdala non si sarebbero mai effettuati. Non esitò molto a decidersi di trarre dalla sua situazione il miglior partito possibile. Mi congedò, tra due dei più ardenti baci della luna di miele dell'amore.
Era troppo tardi, e troppo presto. Troppo tardi, perchè io principiava a sentire per lei dei violenti desiderii; troppo presto, perchè non n'ero ancor sazio. In breve dopo una querela che durò tutta una notte ed una parte del mattino, andammo d'accordo: Maria consentiva a continuare ad amarmi, ma nella sua casa, padrona del suo domicilio, del suo cuore e delle sue azioni, rinunciando a tutti i vantaggi che la legge giudaica le poteva accordare su me. Per contro, io le diedi per abitazione una bella casetta fra due giardini, alle porte della città, nel sobborgo di Bezetha. E siccome io viveva quasi sempre con lei, vi portai tutto il lusso, l'eleganza, i piaceri che avevo osservato presso le dame romane e greche, e ci presi gusto anch'io.
Maria non aveva la tinta, in parte vera in parte presa a prestito dai cosmetici, delle cortigiane romane; ma la aveva nel suo colorito d'oro in fusione una freschezza, uno splendore, un mordente, un vigore, una giovinezza che la rendevano mille volte più seducente. Ella non aveva lo spirito, la coltura, il gusto, la grazia, il fascino morale della cortigiana greca; ma ne aveva tutta la civetteria; tutti i capricci; tutto l'imprevisto, tutte le voluttà, tutta la venustà scultoria delle forme. Era Cleopatra: quella misteriosa e tetra regina che aveva stretto il mondo due volte nelle sue braccia di bronzo, e l'aveva soffocato dei suoi baci. Maria era l'ideale della donna siriaca che possiede la taglia della palma, il color dell'aurora, gli occhi di serpente, la elasticità della tigre, la bocca che contiene un Eden di passione, sia che rida, o che morda. Questa regina di Saba ben presto adottò, dal momento che divenne libera, delle abitudini fantastiche. Sdegnò la moda delle donne ebree, pure così graziose e così semplici, e si compose un costume assiro, il quale le dava lo splendore che la notte ed il cielo azzurro danno alle stelle.
Non occorreva tanto per gettare lo scompiglio in mezzo alla gioventù ricca ed elegante di Gerusalemme. Maria l'ebbe presto tutta ai suoi piedi, mai nelle sue braccia. Giammai donna fu più fedele al suo amante amato, di quel che lo era Maria per me cui ella amava sì poco. Dovunque ella passava, tradita dai suoi profumi, dal suo seguito, dalla sua abbagliante bellezza, dai suoi adornamenti, dalla sua insolenza, dal suo riso che si sarebbe detto una cascata di perle sur un bacino d'oro, un riddare di raggi, dovunque la si mostrava, un vivo commovimento seguivala. Le altre donne impallidivano; gli uomini le si affollavano attorno. I sorrisi, le offerte, le parole amabili, la gaiezza, l'impertinenza, le risse, che so io? tutto scintillava e le turbinava intorno come il delirio.