— Io non mi son mica uomo da aver paura nè di calci, nè di pugni, nè di colpi di daga, rispose egli alla proposizione che Justus gli fece; ma quando si agisce bisogna avere almeno una probabilità di successo; senza di che, l'azione è una follia.

— Certamente.

— Ebbene, per lavorar con efficacia, ho d'uopo di denaro.

— Ti vendi dunque sempre, Bar Abbas?

— Imbecille! gridò il galuppo. Quel denaro non sarà nè per me, nè per compensare i miei sforzi: devo corrompere qualcuno. Conosco il vecchio Ruben. Sono stato il suo pigionale più d'una volta. È chiacchierone, ubbriacone, goloso, infingardo. Ama le baldracche. Gli piace burlare. Tutto ciò, mio caro idiota, si compra e si paga. Se fossi ricco, non domanderei nulla. E non voglio andar a domandare nulla a Maria, perchè ella darebbe tutto, ella.

Justus prese un pugno di sicli, e lo versò nelle mani di Bar Abbas, dicendo:

— Non andar mai da Maria. Quando avrai speso questo denaro, ne avrai dell'altro, poi dell'altro ancora, e così sempre.

— Alla buon'ora! giovine ipocrita. Vuoi monopolizzare tutta la riconoscenza della pulzella. Va, va, fa la tua strada, ma sta in guardia: non si incespica mai che quando si guarda il cielo. Si direbbe che il cielo porta disgrazia.

— Ti metti subito all'opera, non è vero?

— Hai una premura che è sospetta, figliuolo mio. Sarei quasi tentato di domandarti la mia parte.