Antipas era coricato in un letto di tartaruga ed oro, sulla seta e sulle piume, coperto di porpora ricamata a pietre preziose. Davanti il letto restava lungo disteso il suo leopardo. Sul letto stesso, uno sciame di pappagalli, di piccoli cani, di scimmiotti scambiavano colpi di becco, e colpi di denti, aizzati l'un contro l'altro ora da Antipas ora dai suoi nani, e facendo un diavoleto indescrivibile. All'estremità del letto tenevasi una bella schiava greca che profumava i piedi del tetrarca. Alla testa, una schiava siriaca ancora più bella gli strappava i capelli bianchi. E nello spigolo di dietro, una schiava galla, più bella e meno vestita delle altre due, tingeva le sopracciglia ed i lembi delle palpebre di quell'allegro compare, di già imbellettato come una lupa dei sobborghi di Roma. Una folla di schiavi d'ambi i sessi giravano nella stanza, gli uni per preparargli la teletta del suo alzarsi dal letto, gli altri per porgergli la porzione di suco d'aranci misto al latte caldo, al mele ed al cinnamomo, per la quale il tetrarca rinnovellava le sue relazioni quotidiane col suo stomaco.

— Ah! Ah! sclamò Antipas scorgendo il prigioniero: eccoti qua, Rabbì! Tu vieni questa volta senza essere invitato, eh! Come sei amabile! Arrivi, in mia fede, bell'a proposito. Ho il mio leopardo molto malinconico da ieri in qua, tu devi distrarlo, o se è ammalato, guarirlo. Ti do parola che questa mattina son proprio in vena di vedere dei bei miracoletti. Ho dormito allegramente bene la notte scorsa. E tu, Rabbì? Ora, comprendi, ho una voglia pazza di veder Salomè. Tu puoi mostrarmela in un bicchier d'acqua del pozzo di Giacobbe, che ho là; ma, sta ben attento! non voglio vederla tra addobbi, e tra veli, eh! Non voglio che tu mi giunti e mi mostri invece la maga d'Endor. Io voglio veder Salomè, tale quale, precisa com'è, intendi? Nasca, ragazza mia, fa attenzione, m'hai levato un capello nero. Ah! sei lì anche tu, Giuda! farai colazione con me allora, bello mio. Aveva ragione io, quando ti diceva che il tuo Rabbì mi aveva l'aria di un selvaggio. Gli parlo, gli dimando un miracolino ch'è proprio nulla, che il mio filosofo fenicio spiccerebbe colla stessa facilità che tu inghiotti una ciliegia.... Ne avrai questa mattina delle ciliegie, Giuda: n'ho ricevuta la primizia da Alessandria. Ma rispondi dunque, Rabbì. Perchè diavolo me lo conducete dunque, qui, se egli non trova nulla per distrarmi e se non fa nulla per divertirmi?

Una speranza mi luccicò nell'anima. Gli dissi dunque:

— Gli è, principe mio, che il re dei Giudei è di cattivo umore perchè i suoi sudditi gli hanno mancato di rispetto. Ripara il mal fatto. Dagli un mantello di porpora, e rimandalo via col migliore dei tuoi cammelli; ed egli andrà al tuo ritorno al palazzo di Tiberiade, a mostrarti più prodigi che non ne fecero mai i maghi di Faraone.

— Darei volentieri il mantello al mio re, ma non posso rimandarlo, poichè codesto piccolo procuratore romano me l'ha lanciato qui, non so perchè.

— Perchè l'assassino del Battista, rispose il Rabbì, assassini pure il figlio dell'uomo.

— Eh! eh! tu canti bene, Rabbì. È l'istesso tuono, e il salmo ha lo stesso stile. Ma io non amo i plagiarii. Ti perdonerei piuttosto di cantar falso, che il cattivo ribiascicar di quell'altro.

— Tetrarca, disse allora Osea, che comprese la mia astuzia e temeva la frivolezza d'Antipas, il procuratore romano t'invia questo prigioniero, condannato a morte dal gran Consiglio della Giudea, perchè tu confermi la sentenza, poichè quest'uomo è tuo suddito. Egli ha bestemmiato Dio, usurpato i diritti di Cesare: si è proclamato re e Dio.

— Sei modesto, Rabbì. Poichè eri in vena, valeva meglio proclamarti Cesare di un tratto e marciare sopra Roma alla testa delle tue legioni....

— Di angeli, interruppe Osea: l'ha detto.