CURZIO, RUFINO, CECA.
CURZIO. Sollécitati, esci qui fuori. Giá son presso che tre ore e non será se non buono ch'io me invii pian piano in lá. Oh Amore! Guidami, non mi lasciar perire in sí profundo pelago de incomparabile leticia; per ciò che, senza l'aiuto tuo, sono come fragile barca vicin'al porto da contrari venti combattuta. Per certo, ch'al desiderio ch'io al presente me trovo, non pur una brevissima notte come fia questa ch'in somma felicitá trapassar aspetto, ma quella che Ercole produsse, o se ella fosse piú lunga che l'anno, una minima parte de l'ardor mio potrebbe estinguere. Costui tarda pur assai a venire. Oh Rufino!
RUFINO. Eccomi, signore.
CURZIO. Vieni presto, ché l'è tardo.
RUFINO. Or ora sarò da voi.
CURZIO. Deh! camina; non tardar piú, de grazia.
RUFINO. Eccome. Andiamo.
CURZIO. Hai tu avertito colui che stanghi bene la porta?
RUFINO. Signor sí. Ma io saria de parere che voi me lassassivo ritornare, ché non sta bene la casa sola.
CURZIO. Sta ben pur troppo, ché non stiamo in terra de ladri.