RUFINO. Patrone, voi lodate quello che molti biasmano.
CURZIO. Questi sono simie, che paiono e non sono uomini; e, per la spurcizia dei vizi ch'egli hanno, inei quai cercano di sotrarre altrui per aver piú compagni acciò piú licito gli sia el peccare, maliziosamente parlano. Ma questo non è maraviglia, ché dicono male de Idio, ben lo possino ancor dire di esse. Non ti niego che non ve nne siano delle cattive; ma in tanto numero ch'è!… Ma par che voglia el destino che de quella sola ribalda che è al mondo cento scrittori ne parlino come se loro mancassi altra materia da scrivere. Ma non se dice però de tanti uomini infami e vituperosi che si scriveno; e, se di questi che oggidí viveno se nne facessi istoria, si legerebbono altre che Pasifae e che Medee! Poi non si accorgeno questi tali maledici che, biasmando le donne, biasmano loro stessi, essendo la donna, come vogliano i savi, la metá di noi. Ma vattene innanzi; e pichia e fa' oprire. E questi tali dichino tanto che crepino.
RUFINO. Ámenne. Aspettate qui, se vi pare.
CURZIO. Odi. Oh Rufino!
RUFINO. Che vi piace?
CURZIO. A che modo gli dirai, che non se nne accorghino li vicini?
RUFINO. Giá mi ha detto Filippa ch'io dica che sono el fratello della
Ceca.
CURZIO. Or vanne, adunque. Odi un'altra cosa.
RUFINO. Dite: che volete?
CURZIO. Tu sai che avemo inteso che quel pedante poltrone, ogni notte, gli viene a cantare a l'uscio non so che canzoni. Vorrei che tu gli rompessi el capo in qualche bel modo, che non si accorgessi chi fussi stato, se pur ci viene stanotte.