Non credo ch'un equo con tanta velocitá avessi itinerato al domo del condiscipulo come sono andato io per gratularmi al precettore. E non l'ho trovato: ché me hanno referto i domestici suoi di casa ch'ipse e una col famulo nostro illico s'era partito e che andavano per questa strada vicino allo emporio. Non so dove mel possa reperire e maravigliomi che, s'ell'è cosí, de non lo avere obviato. Pur temo che quello insolente non l'abbia condutto in qualche cauponaria e che non emino per i quadranti qualche vasculo de mulso, per il che se ebriaranno. Ed è un peccato, ché quel Luzio è di bona indole e di capacissimo ingenio; ma quel furcifer è bene uno inepto ai litterali costumi e facilmente potrá conducerlo a qualche precipizio. Ho deliberato, benché mi sia laborioso, prima che torni a casa, andare sin qui a questo caupone e concernere con ocello de línceo se ivi stanziassino, per ciò che Malfatto con ipso ha molta intrinseca familiaritá.

SCENA VII

PRUDENZIO, MASTRO ANTONIO, LUZIO, MALFATTO, RUFINO.

PRUDENZIO. Non avete ancora accordato quel vostro instrumento?

MASTRO ANTONIO. Misier sí. Andemo pur lá.

PRUDENZIO. Dove domino è questo nostro discipulo? A chi dico io? Oh
Malfatto!

MALFATTO. Che volete?

PRUDENZIO. Vieni qua e fa' che animadverti.

MALFATTO. La berta me la date voi, alla fé.

PRUDENZIO. Taci. Va' e chiama quel pincerna.