PRUDENZIO. Vieni; ch'io t'imprometto de dartele come noi tornamo.
MALFATTO. Sí! come tornamo! Voi me ci volete cogliere come le altre volte. Non avete un quatrino.
PRUDENZIO. Tira alle forche, temerario poltrone! Che sai tu se io ho nummi o no? Fa' che stii cheto e non amplius loqui. E basta.
SCENA V
CECA serva.
Io, per me, farò ogni cosa pur che lo trovi. Va bene. Vuole ch'io vada sino a casa d'una certa Filippa che abita in Treio e ch'io veggia di parlar al servo di misser Curzio el quale è innamorato della figliuola. E hami imposto ch'io gli dica ch'ella è contenta e che, stanotte, ne venga su le tre ore, pur che del prezzo che molte fiate li ha mandato a offerire non gli venghi meno. Io mi maraviglio e nol posso credere, se nol vego, ch'ella si lassi in tanto errore trascorrere. E quella giovane, che molte fiate gli è venut'a parlare, credo che sia una cattiva pratica, la sua; e son certa che lei è quella che la conduce, a scavezzarsi el collo. Ma starai a vedere che questa mi sará una tale occasione ch'io potrò piú scopertamente accommodarmi a qualche mio piacere. E sai che molte fiate me ne ha parlato quel suo servitore di questa cosa, cioè de l'onor mio, con promissione de volermi sposare se io gli fo qualche piacere. Ma, alla fede, ch'io voglio che prima mi sposi; ch'io ne ho cotta la bocca e me delibero che non me ci coglia piú persona, s'io posso. I' vi son stata còlta dell'altre fiate su queste promesse; e si vuol dire che chi viene dal morto sa che cosa è piangere. El bello è che poi se ne vanno avantando come se gli fosse un grande onore. Alla fé, che i gatti ci averanno aperti gli occhi, a questo tratto. Ma será forsi meglio ch'io volti giú per questa strada qui che mi par piú corta assai.
ATTO II
SCENA I
CURZIO amante, MALFATTO servo, TRAPPOLINO regazzo.
CURZIO. Da ch'io mi levai per insino a quest'ora sono stato ad aspettar el patrone del banco ove mi sogliono venire i dinari da casa; né, possendo piú aspettarlo, punto dalla cieca passione, in qua ne son venuto. Ho lasciato Rufino che gli parli e che poi se ne vada sino a casa de Filippa. E, se la sorte mia buona vorrá ch'io giunga, sí come spero, a perfetto fine di questo mio amore, non che felice, ma con la istessa felicitá non cangiarei el stato e 'l grado mio. Solo un pensiero è quello che m'afflige: ch'ho inteso, aimè! che quel porco, poltrone, ignorantaccio di quel pedante suo vicino la vole per moglie e senza dote. Io l'ho incontrato poco è; e dogliomi de non gli aver parlato e fattogli intendere ch'ad altro attenda. Pur, s'el me si rintoppa innanzi, vo' sturargli gli orecchi di buona maniera. Ma, se io bene raffiguro, costui che viene di qua giú, alle fattezze e al vestire, l'è il servo suo. E' non può essere che costui non ne sappia qualche cosa di questo parentado. Me delibero de demandargnene.